A Rogoredo va in scena la Caporetto della propaganda per il Sì al referendum
Tra scudi penali e decreti sicurezza si articola la propaganda della maggioranza di turno che sta tentando di realizzare quello che è il sogno della politica italiana contemporanea: non avere nessun contropotere che ne possa compromettere la libertà assoluta di azione. Il sogno di essere immune da responsabilità di ogni genere, di poter agire in totale libertà da vincoli o limiti di qualsiasi tipo. Quello di liberarsi dallo spauracchio dei controlli giurisdizionali della Corte dei Conti ma, soprattutto, da quelli di legalità della Magistratura.
La parola Costituzione ha perso appeal. Tra invocazioni vacue e richiami astratti e inconferenti, è in corso la sua demolizione fisica prima ancora che semantica. I cittadini italiani sanno veramente cosa impone la Costituzione al nostro Paese per potersi autodefinire democratico?
E’ una domanda oggi purtroppo del tutto lecita per come si diffonda, tra le democrazie ‘occidentali’, l’idea che gli eletti dal popolo possano rivendicare la legittimità dell’esercizio del proprio potere al di sopra di tutto. Anche e soprattutto della magistratura.
La politica sovranista non si occupa dei problemi della gente perché non ne ha più forza e competenza. Guarda al consenso immediato della pancia dei cittadini forzando in loro paure di ogni genere per nascondere i propri fallimenti.
Ecco quindi che occorre esibire un potere tanto muscolare quanto rassicurante. Il terreno ideale è proprio quello più seguito dalla gente: la cronaca nera e quella giudiziaria. La prima viene invasa con interventi spot immediati che risolvono tutto tra leggi speciali e verità rassicuranti, demonizzazioni catartiche. La seconda è l’assist ideale per trovare un capro espiratorio per i propri errori e fallimenti. Per spazzare via il concetto di responsabilità. Il cancro da estirpare sono i diritti degli ultimi che non meritano, quelli di coloro che li criticano, quelli di coloro che vi si oppongono.
Rogoredo era un boccone troppo succulento per farselo sfuggire. I buoni contro i cattivi. I buoni uccidono i cattivi. Il buono, il poliziotto, ha ucciso il cattivo, nero e immigrato. Fine della storia. Solidarietà incondizionata al buono. Passerelle di Stato. Prese di posizioni forti evocanti leggi speciali.
Il buono viene indagato dal pm e allora dagli al magistrato che, nel frattempo, fa egregiamente il suo mestiere.
Il sindacato di Polizia raccoglie fondi volontari elargiti dai cittadini solidali. Ci vuole lo scudo penale e cresce l’indignazione fomentata da propaganda opportunista in prospettiva referendum. Tutto perfetto. Anzi no. Il pm scopre che il buono in realtà non lo è proprio per nulla. Ha ucciso, depistato, falsificato. Non è stata legittima difesa e i suoi rapporti con la vittima sono tutti da chiarire. L’immigrato cessa di essere il cattivo?
Mentre il sindacato Sap annuncia la restituzione dei soldi elargiti dai cittadini, ecco il pronto attacco all’ex buono da parte della politica: “Giustizia subito! Che venga condannato due volte!”.
La Giustizia è pazienza, diceva qualcuno. “Deve chiedere scusa ai colleghi!”, tuona ancora la politica. Dell’ex cattivo non si dà pena nessuno. Viva l’Italia.
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