“Luci della città” di Chaplin, un atto di resistenza poetica
PAVIA. Quando “Luci della città” uscì nel 1931, il cinema aveva già imparato a parlare. Due anni prima “Il cantante di jazz” aveva aperto l’era del sonoro, e Hollywood correva verso dialoghi, canzoni, nuove star dalla voce riconoscibile. Charlie Chaplin, invece, fece una scelta controcorrente: realizzare un film muto che sarebbe entrato nella storia della settima arte. E che, venerdì 27, alle 18, sarà presentato nella versione restaurata in 4K al Cinema Politeama di Pavia.
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Il Vagabondo – la sua creatura con bombetta, bastone e baffetti – apparteneva a un linguaggio universale fatto di gesti, ritmo e musica. Farlo parlare avrebbe significato tradirne l’essenza. “Luci della città” nasce così, come un atto di resistenza poetica e insieme come una sfida industriale. Chaplin non solo interpreta il protagonista, ma scrive, dirige, produce e compone la colonna sonora. È un controllo totale che si traduce in un’opera limpidissima, dove ogni inquadratura sembra cesellata con pazienza artigianale.
La lavorazione fu lunga e complessa: celebre il numero impressionante di ciak per la scena dell’incontro con la fioraia cieca, a testimonianza di una ricerca quasi ossessiva del tono perfetto.
La trama è semplice e, proprio per questo, universale. Il Vagabondo si innamora di una giovane fioraia non vedente che lo crede un uomo ricco. Per aiutarla a pagare un’operazione che potrebbe restituirle la vista, si arrangia come può: trova lavoro, affronta umiliazioni, accetta perfino di salire su un ring in un memorabile incontro di boxe che resta uno dei vertici comici della storia del cinema. In parallelo, stringe un’amicizia altalenante con un eccentrico milionario che lo riconosce come amico solo quando è ubriaco, salvo dimenticarlo da sobrio.
Ma sotto la superficie della commedia sentimentale si muove un discorso più ampio. “Luci della città” è un film sulla dignità nella povertà, sulla fragilità dei legami sociali, sull’illusione della ricchezza come promessa di felicità. Il milionario incarna l’arbitrarietà del potere economico: generoso per capriccio, crudele per distrazione. Il Vagabondo, invece, è povero ma coerente, mosso da una solidarietà autentica.
In piena Grande Depressione, con milioni di americani colpiti dalla crisi del 1929, la figura di Chaplin diventa specchio e consolazione. A quasi un secolo dalla sua uscita, il film conserva una sorprendente attualità. Le disuguaglianze sociali, la precarietà economica, la ricerca di riconoscimento sono temi ancora vivi.
Ma ciò che più colpisce è la fiducia incrollabile nell’umanità. Anche quando tutto sembra perduto, il Vagabondo continua a offrire un fiore, un sorriso, un gesto di gentilezza. È un’idea di resistenza che passa attraverso la tenerezza.
Forse è questo il segreto di Luci della città: ricordarci che il cinema, prima di essere industria o tecnologia, è uno sguardo sul mondo. E che, a volte, per vedere davvero, bisogna imparare a chiudere gli occhi e ascoltare il battito silenzioso delle emozioni.