“Ho saputo la verità dai giornali. Chi ha sbagliato deve pagare”: le lacrime della mamma di Domenico a “Verissimo”
“Quando mi hanno detto che il nuovo cuore per lui era pronto, non volevo portarlo. Avevo una brutta sensazione, ma mi sono detta che questa era la sua salvezza. Ora che mio figlio non c’è più, è il momento della giustizia”. A dirlo, con gli occhi colmi di lacrime, è Patrizia Mercolino, la mamma di Domenico Caliendo, il bimbo di Nola morto a due anni e mezzo dopo il trapianto di un cuore danneggiato. Ospite a “Verissimo”, nella puntata andata in onda domenica 1 marzo, la donna ricostruisce la vicenda dal suo punto di vista e spiega come lei ha vissuto quei due mesi sospesi tra dolore, speranza e illusione: “Una sera mi chiamano per dirmi che forse c’era un cuore per Domenico, è stato un giro di illusioni incredibile. Ormai non era più trapiantabile”, spiega Patrizia. Insieme a lei nello studio di Canale 5 era presente anche il suo avvocato Francesco Petruzzi: “C’è stata una frase sussurrata da qualcuno all’orecchio, in napoletano, ‘Signo’, guardatevi i fatti i vostri’, quella frase l’ha allarmata e l’ha portata da me”, racconta il legale.
Patrizia Mercolino a Verissimo
Nonostante la grave patologia cardiaca che lo affliggeva, rivela la madre, il piccolo Domenico non era in condizioni tali da costringerlo a un trapianto di cuore urgente: “Era un bambino come gli altri, anche se aveva la sua terapia, facevamo i controlli programmati in ospedale. Sapevamo che poteva peggiorare, ma non è mai peggiorato. Giocava, correva. Da mamma cercavo di fargli vivere una vita come gli altri bambini”, dice. Lo scorso 22 dicembre, però, la donna riceve la telefonata dall’Ospedale Vincenzo Monaldi di Napoli: c’era un cuore per il piccolo Domenico. “Io non lo volevo portare – confessa però Patrizia -, lo so che è brutto da dire, perché una mamma dovrebbe essere felice. Ma avevo una brutta sensazione. Da mamma poi mi sono detta che questa era la salvezza della sua vita, ma questa sensazione me la sono portata dietro fino alla fine del trapianto”, racconta. Per questo motivo, dopo la telefonata, la famiglia si mobilita per portarlo in ospedale e farlo ricoverare: “Quando mi hanno chiamato per salutarlo, lui era un po’ sedato, ma mi ha sentito e mi è saltato in braccio”, ricorda.
Il problema durante il trapianto
Ore dopo l’inizio dell’intervento di trapianto, però, “verso le 19/20 esce la dottoressa che mi dice c’è stato un problema: ‘Il cuore non è partito’. In quel momento, la verità è che ho fatto la pazza un po’, mi dispiace… Mi dicono che lo attaccano all’ECMO (una tecnica salvavita che si applica a chi ha gravi insufficienze cardiache o respiratorie, ndr) e che sarà rimesso in lista trapianti. Non me lo sarei mai aspettato, ho sempre creduto di riportarlo a casa”, racconta. Almeno inizialmente, Patrizia si fida del parere dei medici che avevano in cura suo figlio e non fa domande: “Il dolore era tanto – ricorda -. Poi piano piano inizio ad avere qualche dubbio. A quel punto chiamo l’avvocato, è stato lui a convincermi perché io non volevo fare niente”. “C’è stata una frase sussurrata da qualcuno all’orecchio, in napoletano, ‘Signo’, guardatevi i fatti i vostri’, è stata quella che ha allarmato la signora e che l’ha portata da me”, racconta l’avvocato Petruzzi. A quel punto, grazie anche alla collaborazione con il medico legale, il dott. Luca Scognamiglio, “facciamo una serie di valutazioni in base a quelli che erano i suoi racconti e riusciamo a convincerla a fare querela. L’11 gennaio siamo andati dai Carabinieri di Nola. Denunciamo che il bambino aveva delle lesioni multiorgano a causa del fatto che era collegato all’ECMO da un mese, questo trapianto fallito gli stava comportando lesioni a tutti gli altri organi”.
“Ho scoperto la verità dai giornali”
In quel momento, però, non era ancora emersa la notizia secondo la quale il cuore trapiantato a Domenico si sarebbe in realtà danneggiato prima dell’operazione: “La verità l’ho scoperta dai giornali, mi ha chiamato l’avvocato”, ricorda commossa Patrizia. “Avevano usato un nome di fantasia perché è un minore, ma era la storia di Domenico”, interviene invece il legale. Secondo le prime ricostruzioni degli inquirenti, che al momento stanno indagando per accertare l’accaduto e risalire a una eventuale catena di responsabilità, l’organo da impiantare si sarebbe “bruciato” durante il viaggio dall’Ospedale di Bolzano a Napoli, a causa presumibilmente dell’uso del ghiaccio secco al posto del normale e anche dell’impiego di un contenitore isotermico di vecchia generazione, privo di sensori e allarmi per la temperatura. Secondo alcune testimonianze, invece, durante il trapianto a Domenico sarebbe stato tolto il cuore prima che si sapesse se il nuovo organo andasse bene. Al momento, però, sono ancora in corso tutte le indagini del caso: sarebbero sette per ora gli indagati, tra medici e infermieri dell’ospedale Monaldi.
Nonostante l’ipotesi che siano stati commessi degli errori prima e durante l’intervento, però, “fino a un giorno e mezzo prima che morisse, io continuavo a sperare perché sapevo dai dottori che era trapiantabile”. Le condizioni di Domenico iniziano a peggiorare, ma dall’Ospedale Monaldi, secondo il racconto della donna, emerge un briciolo di speranza: “Il 17 febbraio mi chiamano alle 19, è la direttrice sanitaria, mi dice che forse c’era un cuore per Domenico. Quella sera sono stata lì dentro 3 o 4 ore, mi hanno illuso quattromila volte quella sera. Un giro di illusioni incredibile, poi alla fine mi dicono di dover aspettare all’indomani, si sarebbe deciso se era ancora trapiantabile. Mi hanno detto di non dire niente all’avvocato, né ai giornalisti. Lì allora ho detto che c’era qualcosa che non andava, ho aperto gli occhi veramente”, sostiene Patrizia. Che poi aggiunge: “(Il giorno dopo, ndr) rimango lì tutto il pomeriggio. Sale il dott. Oppido, non lo vedevo da anni, avevo il telefonino lì e ho registrato la conversazione in cui lui mi dice che hanno deciso che non era trapiantabile. Gli chiedo come mai la sera prima mi fosse stato detto il contrario. Mi ha risposto: ‘Ero preso dalla disperazione’”.
“Il punto è che l’attenzione mediatica è concentrata su quanto accaduto prima e durante il trapianto, ma quegli errori sono errori umani – aggiunge il legale -. Dal 23 dicembre (giorno dell’operazione, ndr) in poi non siamo più nella colpa, ma siamo nel dolo. Bisogna spostare l’attenzione su quello che non è stato fatto: noi chiediamo l’omicidio volontario”, specifica. L’avvocato Petruzzi, inoltre, spiega perché a suo avviso questa tragedia si sarebbe potuta evitare: “Per nascondere quanto accaduto e non essere incriminati, hanno accettato il rischio che Domenico potesse morire. Non hanno preso in considerazione delle terapie che avrebbero potuto far arrivare Domenico in uno stato trapiantabile al cuore nuovo. Loro non si aspettavano che arrivasse un nuovo cuore. La tempistica di un cuore pediatrico è di circa tre anni, invece è successo un miracolo ed è arrivato in due mesi. Per noi è stato omicidio volontario”.
La situazione precipita
A quel punto, il quadro clinico di Domenico inizia ad aggravarsi: “Avevo capito che stava morendo, lo sapevo già”, rivela Patrizia. “Abbiamo chiesto la PCC, cioè la pianificazione condivisa delle cure, che è una scelta condivisa dall’equipe medica e il medico legale di parte, per avviare un processo dove il piano clinico non è più volto alla guarigione, ma solo al far diminuire il dolore e a garantire una morte dignitosa. Se non l’avessimo chiesta noi, probabilmente ci sarebbe stato accanimento terapeutico per tenerlo in vita nonostante la diagnosi infausta”, spiega l’avvocato Petruzzi. “Tanto mio figlio non c’è più – dice commossa Patrizia -. Ora la verità me la devono, perché è arrivato il momento della giustizia. Lo conoscono tutti in quell’ospedale. Spero non si dimentichi mai mio figlio. Lui è il mio guerriero, nessuno si sarebbe aspettato che sarebbe durato così tanto sotto quella macchina, lui ce l’ha fatta per 60 giorni, di solito sono 15/20 al massimo”. Nel corso dell’intervista, però, la donna precisa che, sebbene sembra si siano verificati una serie di presunti errori e omissioni, non bisognerebbe criticare l’intera struttura ospedaliera del Monaldi: “Quell’ospedale lo conosco da tre anni, sono professionisti bravi anche dal punto di vista umano. Mi dispiace che tutta la struttura sta facendo questa brutta figura, non è giusto. Solo chi ha sbagliato con mio figlio deve pagare per quanto mi riguarda”. Adesso, però, Patrizia chiede che emerga la verità giudiziaria della vicenda: “Devo fare giustizia affinché non succeda più a nessun altro bambino. Vado avanti perché ho altri due figli, lo devo a loro, ma non mi posso fermare”.
Una fondazione per Domenico
A nome del piccolo Domenico, infine, la donna rivela che stanno pensando di creare una Fondazione, anche e soprattutto per evitare che la bontà d’animo di chi vuole donare finisca per arricchire le tasche dei truffatori che sfruttano il dolore della famiglia nolana: “Un minuto dopo la dichiarazione di morte già c’erano le pagine TikTok con l’iban fraudolento dove chiedevano contributi per il funerale. È stato questo che ha mosso Patrizia a seguire subito la fondazione nonostante in prima battuta avesse dichiarato di non voler sapere nulla delle dichiarazioni. Hanno utilizzato l’immagine per creare gadget”, conclude l’avvocato Petruzzi.
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