Leonardo Caffo a Le Iene: perché abbiamo assistito a una forma di impunità culturale
Domenica sera, durante il programma Le Iene, Leonardo Caffo, condannato dal Tribunale di Milano per maltrattamenti nei confronti dell’ex moglie, si è assolto pubblicamente. In un monologo durato circa un minuto, si è presentato come vittima, sostenendo di aver pagato un prezzo ingiusto: il licenziamento da parte della NABA – Nuova Accademia di Belle Arti – per incompatibilità con il codice etico dell’istituzione. Fin dalle prime battute – “Mi sono sempre dichiarato innocente e in cuor mio so di non aver fatto ciò che mi è stato contestato” – ha disvelato un presupposto implicito.
L’idea di essere al di sopra di tutto.
Se la legge non coincide con la mia narrazione, allora è la legge a essere discutibile. Se una sentenza mi condanna, allora è la sentenza a non cogliere la “verità”. Se un codice etico non mi permette di insegnare a causa delle azioni che ho commesso, allora è il codice etico a essere sbagliato, anzi incostituzionale. E se ho firmato un concordato che mi vincola a non parlare mediaticamente della vicenda, non rispetterò l’impegno preso perché voglio ristabilire la mia immagine pubblica. In questa torsione retorica non ho fallito per le azioni che ho commesso, ma sono stato trasformato in un fallito da un licenziamento ingiusto. La responsabilità si dissolve, sostituita da una narrazione vittimaria che si autoalimenta. E così via, di assoluzione in assoluzione, in un circuito che ribalta costantemente i ruoli e celebra uno smisurato ego: “IO sono Leonardo Caffo, non mi potete fare questo”.
Sulla pagina Instagram Crux desperationis, Dario Alì ha denunciato la vittimizzazione secondaria nei confronti della ex compagna di Caffo “che diventa spettacolo” e ha riepilogato l’intera vicenda processuale. “Leonardo Caffo è stato condannato dal Tribunale di Milano, nel dicembre 2024, a quattro anni di reclusione per maltrattamenti aggravati e lesioni nei confronti dell’ex compagna. Un anno dopo, a seguito di un concordato, la pena è stata ridotta a due anni. Restano le responsabilità per maltrattamenti, un risarcimento di 45 mila euro, l’obbligo di intraprendere un percorso per uomini maltrattanti e, secondo quanto stabilito nell’accordo, il divieto di utilizzare la vicenda sui media“. Eppure, a favore di telecamera, Caffo ha parlato come se la giustizia fosse un dettaglio accessorio rispetto alla propria autorappresentazione, rovesciando la realtà: la vittima non è l’ex compagna ma chi è stato licenziato “ingiustamente”. La scena si chiude e il racconto resta.
Quella a cui abbiamo assistito, a mio avviso, non è solo arroganza individuale. È una forma di impunità culturale che trova spazio, eco e legittimazione. La parte offesa resta un’ombra laterale, marginale, quasi ingombrante. Costretta ancora una volta a esporsi, a ripetere la corretta ricostruzione dei fatti, a difendersi dall’insinuazione che abbia mentito nonostante una sentenza definitiva. Carola Provenzano, l’ex compagna di Caffo, è stata costretta a pubblicare una nota per ribadire la verità processuale, ma quella nota è stata ignorata dalla maggior parte della stampa.
Nonostante anni di sensibilizzazione, corsi di formazione e linee guida sul linguaggio, una parte dell’informazione continua a reiterare narrazioni distorte sulla violenza di genere, senza comprendere che ogni volta che amplifica la voce di chi è stato riconosciuto responsabile di violenza rimette sotto processo — mediaticamente — la donna che ha sporto la denuncia. O, peggio ancora, la silenzia. L’effetto è quello di spostare il baricentro dell’empatia: non più verso chi ha subito, ma verso chi è stato condannato.
Questo meccanismo ha un nome: himpathy. È l’empatia riservata all’autore di violenza, tanto più generosa quanto più alto è il suo prestigio sociale, la notorietà, il potere simbolico di cui gode. L’himpathy ripristina un’asimmetria che la donna aveva tentato di colmare denunciando e ottenendo una condanna. Riporta l’uomo al centro della scena, lo ricolloca in una posizione di comprensione e indulgenza, mentre la vittima viene nuovamente messa in discussione.
Provare indulgenza verso l’autore di violenza, nutrire il pregiudizio che la vittima esageri o strumentalizzi, svolge anche una funzione rassicurante per chi osserva. Se non abbiamo a che fare con un “mostro”, ma con un uomo colto, inserito in ambienti culturali e accademici, allora diventa più difficile accettare che possa essere stato violento. È più semplice pensare a un errore giudiziario, a un eccesso, a un fraintendimento. In questo modo si protegge l’idea che la violenza sia un’eccezione aberrante e non un fenomeno strutturale.
Ma gli autori di violenza non sono alieni né caricature demoniache. Sono uomini socialmente integrati, talvolta brillanti, spesso incapaci di empatia, inclini alla prevaricazione, talvolta manipolatori, restii ad assumersi la responsabilità delle proprie azioni. Tutto questo non è mostruoso: è umano. Ed è proprio questa normalità a rendere il fenomeno più difficile da riconoscere e da accettare.
Fino a quando i media continueranno a offrire agli autori di violenza il centro della scena, le loro responsabilità resteranno ai margini insieme all’empatia verso le vittime. Fino a quando la ricerca sterile dell’audience cancellerà il rispetto dei fatti e lo scrupolo di chiedersi cosa si sta comunicando, gli autori di violenza potranno dichiararsi innocenti e, nello stesso tempo, pretendere il perdono.
Tutto questo fra gli applausi del pubblico.
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