Studenti in piazza contro il riarmo e le ipotesi di leva militare: “I ricchi vogliono la guerra, noi vogliamo il futuro”
“Le giovani generazioni sono terrorizzate dalla prospettiva della guerra, così come da quella sensazione di incertezza costante che tutti proviamo. Quotidianamente riceviamo notizie terribili, che ci ricordano le condizioni di precarietà esistenziale in cui viviamo”. Angela Verdecchia, coordinatrice nazionale della Rete degli studenti medi, racconta a ilfattoquotidiano.it le ragioni della mobilitazione studentesca del 5 marzo, Giornata internazionale per la consapevolezza sul disarmo e la non proliferazione, istituita nel 2022 dall’Assemblea generale delle Nazioni Unite. “I ricchi vogliono la guerra, noi vogliamo il futuro”, recita uno slogan scritto a mano su uno striscione. “Vogliamo una scuola e un’università di pace, libere dalla militarizzazione e dagli interessi dell’industria bellica – spiega Verdecchia -. Le risorse pubbliche devono essere investite nell’istruzione, nella sanità e nel welfare, non nelle armi”.
Coordinati dalla Rete degli studenti medi e dall’Unione degli universitari, i giovani hanno organizzato presìdi, assemblee e cortei in tutta Italia per opporsi al piano di riarmo europeo e ai progetti di leva militare tornati al centro del dibattito politico. La giornata di mobilitazione è stata inaugurata all’alba: “Disertiamo la guerra”, si legge sullo striscione affisso sul ponte dei Serpenti, a Roma, davanti al Colosseo. “Stiamo assistendo al tentativo di normalizzare una narrazione militarista e bellicista, proprio a partire dagli spazi della formazione”, commenta Verdecchia.
Tra le ragioni della mobilitazione ci sono anche alcune dichiarazioni del ministro della Difesa Guido Crosetto, con le quali è stata evocata l’ipotesi di una leva militare volontaria, sul modello di altri Paesi europei. “Rifiutiamo con forza una prospettiva che, dopo averci condannato alla precarietà, prova a presentarci l’arruolamento come un’opportunità”, affermano gli studenti. “Non accetteremo che scuole e università diventino luoghi di propaganda o bacini di reclutamento”. Per gli studenti, si tratta di una tendenza preoccupante, anche perché coinvolge direttamente i luoghi in cui si forma il pensiero delle nuove generazioni. “È proprio a partire dalla scuola che si può costruire la pace, perché è lì che si sviluppa il pensiero critico. I luoghi del sapere non dovrebbero contribuire a legittimare il linguaggio della guerra”.
Gli studenti citano l’escalation militare in Medio Oriente e l’apertura di nuovi fronti di conflitto. Segnali di un clima globale sempre più instabile. In questo scenario, sostengono, la risposta delle istituzioni europee è esclusivamente militare. “L’aumento delle spese militari non rappresenta alcuna sicurezza per i cittadini”, sostiene Verdecchia. “È una scelta politica che sottrae risorse all’istruzione, al welfare e al futuro della nostra generazione”. Le iniziative si sono svolte in numerose città italiane. “In molte città gli studenti si sono attivati anche spontaneamente”, racconta la coordinatrice della Rete degli studenti medi. “È un segnale che il tema è riuscito a uscire dalla bolla delle sigle studentesche e che c’è un interesse reale da parte dei giovani”.
Il tutto si è svolto in contemporanea allo sciopero studentesco in Germania, dove decine di migliaia di ragazzi sono scesi in piazza contro la riforma del servizio militare. La legge, pur senza reintrodurre formalmente la leva, prevede che dal 2026 tutti i diciottenni ricevano un questionario sulla disponibilità al servizio militare e introduce un sistema di valutazione e visite mediche per creare un bacino di potenziali reclute. Il servizio resta volontario, ma il Parlamento si riserva la possibilità di reintrodurre la coscrizione con una nuova legge, qualora il reclutamento non raggiunga gli obiettivi fissati.
“È un tema che riguarda tutti i giovani europei, non solo quelli tedeschi”, commenta la rappresentante. L’aumento delle spese militari, il rafforzamento degli eserciti e il ritorno della coscrizione nel dibattito pubblico sono segnali preoccupanti di un processo ampio e avanzato di militarizzazione del continente. “Per questo oggi alziamo la voce insieme a studenti e studentesse di tutta Europa”, conclude Verdecchia. “Le conseguenze di questa militarizzazione ricadranno proprio su noi giovani. Quelli che, secondo chi ci governa, dovrebbero essere pronti ad armarsi e partire. Non succederà, disertiamo la guerra”.
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