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L’Italia paga l’opposizione alle rinnovabili, mentre la Cina (con carbone e petrolio) vola sulle energie pulite

Il conflitto in Medio Oriente è un nuovo banco di prova, per tutti. Dalla Cina all’Europa, passando per l’Italia che, ancora una volta, si fa trovare impreparata. Perché nelle guerre che fanno schizzare i prezzi delle materie prime, a iniziare da quelli di gas e petrolio, resistono meglio i Paesi che diversificano fonti energetiche e fornitori. E l’Italia è vittima della strategia industriale del Governo Meloni che, con la guerra in Ucraina appena iniziata, per risolvere il problema della dipendenza del gas russo, invece di accelerare sulle rinnovabili, ha preferito rincorrere l’idea di trasformare il Paese in un “hub del gas”. Idea diventata uno dei pilastri della strategia non solo energetica, ma anche di politica estera di Giorgia Meloni. Con tanto di spot sul Piano Mattei per l’Africa, su cui a due anni di distanza dalla partenza si sa davvero poco. Possiamo essere un hub del gas europeo dichiarava nel 2022 il ministro dell’Ambiente e della Sicurezza energetica, Gilberto Pichetto Fratin. Poi, nelle dichiarazioni ufficiali degli esponenti del governo si è parlato sempre più spesso di un più generico “hub energetico”, ma la sostanza non è cambiata. E l’Italia non è diventata né carne, né pesce. Nel mix energetico primario del Paese, la dipendenza dalle fonti fossili resta ancora molto alta e rappresenta una fetta del 69%, mentre le rinnovabili sono al 23%. Non è un caso se, secondo un’analisi del Financial Times, basata su uno studio che ha esaminato quindici economie realizzato dalla Oxford Economics, tra i Paesi europei con le economie più avanzate, l’Italia è la più esposta rispetto all’impennata dei costi energetici che colpirà le nazioni di tutto il mondo. Proprio perché troppo dipendente da gas e petrolio e, quindi, dalle importazioni. Una situazione che avrebbe dovuto spingerla verso lo sviluppo delle rinnovabili, ma così non è stato. A correre – paradossalmente – è stata la Cina, che è ancora più dipendente dalle fonti fossili. Lo ha fatto, anche se il carbone rappresenta il 54% dei suoi consumi energetici finali e, quindi, è uno scudo dagli shock internazionali.

Quindici anni di rallentismo

Ma com’è possibile, invece, che la situazione italiana sia questa a più di 15 anni da quello che sembrava l’inizio di quella che sarebbe stata una rivoluzione? E che nel 2025 la crescita delle rinnovabili abbia persino rallentato il passo? È dovuto a un’opposizione politica che ha alimentato quella ideologica, spesso basate su convinzioni errate. Si ricordano le esternazioni di Matteo Salvini, vicepremier “favorevole a rinnovabili e all’energia dell’atomo”, ma molto più entusiasta all’idea “di una centrale nucleare a Milano entro il 2032” che per i “mostri eolici che su terra o mare danneggiano i paesaggi”. C’è stato un tempo, non troppo lontano in cui persino il ministro (l’ex) della Transizione ecologica, Roberto Cingolani, parlava di “lobby dei rinnovabilisti”. Alla faccia della transizione. Il resto lo hanno fatto burocrazia, ritardi nell’attuazione delle direttive, decreti che spesso e volentieri hanno ingarbugliato l’iter invece di semplificarlo.

La dipendenza italiana (ed europea) dalle importazioni energetiche

Nel suo complesso, tutta l’Unione europea continua a essere fortemente dipendente dalle importazioni energetiche con una percentuale del 56,9% sul totale dei consumi energetici. E l’Italia è abbondantemente sopra la media europea (74%). La Cina, per intenderci, è al 24 per cento. Rispetto alle fonti energetiche, il parametro utilizzato per stimare la dipendenza di un Paese è quello del mix energetico primario. Perché considera – prima della loro trasformazione – l’insieme delle fonti grezze (gas, petrolio, carbone, rinnovabili, nucleare), utilizzate per soddisfare la domanda totale di energia di un paese, non solo quella elettrica, ma anche quella legata a riscaldamenti e trasporto. E l’Italia non è messa bene, con circa il 70 per cento affidato al fossile. Un altro parametro molto importante è il consumo finale lordo, che rappresenta l’energia effettivamente consegnata all’utente, dalle industrie alle famiglie, dal settore dei trasporti all’agricoltura. Come previsto dal Piano nazionale integrato per l’energia e il clima (Pniec), entro il 2030 – quindi fra quattro anni – l’Italia deve portare al 39,4% la quota di rinnovabili sul consumo finale lordo. Oggi è al 19,4%. E dovrà raggiungere anche una capacità totale installata di 131 GW di potenza rinnovabile. Ma quella installata, dato aggiornato a dicembre 2025, è di 83,5 gigawatt. D’altronde, se nel 2025 in Unione europea per la prima volta eolico e solare hanno generato più elettricità delle fossili (Leggi l’approfondimento), l’Italia non è tra i 14 Paesi in cui è avvenuto il sorpasso.

Cosa ha fatto l’Italia e cosa manca per raggiungere i target

Il problema è che dopo l’inizio sfavillante, le rinnovabili hanno vissuto anni di buio totale. Dal 2015 al 2022 l’Italia ha installato una media di 800 megawatt (0,8 gigawatt) all’anno. Come raccontato da ilfattoquotidiano.it, per ottenere il via libera per un impianto eolico ci volevano in media 5 anni contro i 6 mesi previsti dalla normativa. Nel 2022 sono stati aggiunti 3 GW di nuova potenza. Si calcolava che l’Italia avrebbe dovuto aggiungere ogni anno almeno 8 GW necessari per aggiungere 70 gigawatt di nuova potenza entro il 2030. Condizione necessaria non solo per abbassare il costo delle bollette e sganciarsi dagli idrocarburi russi, ma anche per ridurre le emissioni del 55% entro la fine del decennio rispetto ai livelli del 1990. Mancando anno dopo anno l’obiettivo degli 8 GW (5,6 gigawatt nel 2023 e 7,4 nel 2024) e con il 2030 sempre più vicino, l’Italia deve ora recuperare in pochissimo tempo ciò che non è stato fatto. Oggi l’asticella è fissa sugli 80 gigawatt di nuova potenza rinnovabile aggiuntiva rispetto ai livelli del 2020-2021, per arrivare a un totale installato di almeno 131 gigawatt. Gli 8 gigawatt all’anno, a cui l’Italia non è mai arrivata, non bastano più. Servirebbe una media di circa 10-12 GW di nuova capacità rinnovabile all’anno. Tra l’altro, anche se nel 2025 circa il 48% di tutta l’elettricità prodotta proviene da fonti rinnovabili, lo scorso anno i nuovi impianti hanno subito una battuta d’arresto: 7,2 GW contro i 7,5 del 2024. Morale: se negli ultimi cinque anni sono stati installati 25 gigawatt, nel prossimo lustro si dovranno installare almeno altri 55 GW, più del doppio di quanto fatto fino a oggi.

La Cina e la sua corsa sulle rinnovabili

L’Italia e parte dell’Europa sono rimaste a guardare, mentre la Cina diventava leader mondiale delle energie pulite. Ed è il Paese che oggi inquina di più al mondo, anche per il numero della popolazione. Non è infatti né il primo se calcoliamo le emissioni pro-capite, né il primo tenendo conto delle emissioni storiche. Inquina perché è legato a doppio filo al carbone, che pesa per il 54% sui consumi finali di energia, mentre le rinnovabili sono al 13%. Però i cambiamenti, rispetto a pochi anni fa, sono tangibili. I dati presentati a inizio 2026 dalla National Energy Administration dicono che ad oggi il 60% del suo mix elettrico è verde, con una produzione elettrica da fonti rinnovabili che ha raggiunto circa 4mila TWh. “Un valore superiore all’intero fabbisogno elettrico dei 27 Stati membri dell’Unione europea (stimato in circa 3.800 TWh)” ha commentato Xing Yiteng, vicedirettore del Dipartimento di Pianificazione dello sviluppo. E non si tratta solo degli impianti. Rispetto al 2024, la nuova capacità di accumulo è aumentata dell’84%.

Pechino e la strategia della diversificazione

Di fatto, sulla carta, la Cina è tra i Paesi che avrebbero più da perdere nel conflitto in Medio Oriente. Basti pensare che è il più grande importatore di greggio al mondo e acquista a prezzo basso l’80% del petrolio iraniano. Ma Pechino ha attuato una serie di ‘diversificazioni strategiche’ rispetto a fonti energetiche e fornitori che, tra le altre cose, le hanno consentito di ridurre la sua dipendenza dallo Stretto di Hormuz, da cui passa solo il 40-50% delle importazioni petrolifere via mare del Paese. Secondo Ting Lu, capo economista per la Cina di Nomura, le spedizioni di petrolio attraverso lo stretto rappresentano il 6,6% del consumo energetico complessivo cinese. E comunque, la dipendenza di Pechino dalle importazioni di petrolio, incide solo per il 14% del consumo totale di greggio, oltre al fatto che il Paese può contare su una delle più grandi riserve al mondo. A gennaio 2026, le scorte onshore di greggio cinese erano stimate in circa 1,2 miliardi di barili, sufficienti a coprire tra i 3 e i 4 mesi di fabbisogno.

L’opposizione ideologica (e politica) alle rinnovabili e la miopia italiana

L’Italia, invece, non può contare su una serie di ‘vantaggi’ strategici. Eppure, invece, di mettersi a correre, ha sempre avuto il freno a mano tirato con le rinnovabili, non cogliendone la potenza strategica. Anche a causa dell’opposizione prima di tutto politica, che ha alimentato timori nelle comunità interessate dai progetti. Come raccontato da ilfattoquotidiano.it, neppure il decreto sulle aree idonee pubblicato nel 2024 è riuscito a smorzare la sindrome Nimby (Not in my backyard, ossia ‘Non nel mio cortile’), placando le proteste delle comunità locali, pronte a scendere in piazza contro pale eoliche e pannelli solari a due passi da casa. A volte sulla base di preoccupazioni legittime, dovute a impatti ambientali, incertezza delle norme e alla poca partecipazione ai processi decisionali, in altri casi per una resistenza alimentata da informazioni non sempre corrette e strumentalizzazioni. Un meccanismo che, a sua volta, genera la cosiddetta sindrome Nimto (Not in my terms of office, cioè ‘Non durante il mio mandato elettorale’). Più e più volte, in questi anni, aziende del settore e associazioni di categoria (o ambientaliste) hanno segnalato disinformazione e falsi miti.

Le bufale sulle rinnovabili. Anche dopo il black out in Spagna

Uno di queste è che “le rinnovabili non sono affidabili” perché dipendono da fattori variabili come il sole e il vento. Quando c’è stato il black out in Spagna, Salvini non ha perso tempo. “La decisione spagnola di tornare indietro rispetto al dossier del nucleare è stata sicuramente una concausa del buio delle 24 ore” ha detto. Anche il deputato e responsabile del Dipartimento energia di Forza Italia, Luca Squeri, ha messo il carico: “La Spagna è stata portata come esempio per il suo privilegiare fotovoltaico ed eolico che però, essendo per loro natura intermittenti, con la loro instabilità tendono a destabilizzare la rete”. A parte la spiegazione sulle cause rinnegata dai fatti, c’è da sottolineare che oggi l’intermittenza delle rinnovabile può essere superata con tecnologie di accumulo avanzate, reti intelligenti e sistemi di gestione energetica. La risposta del premier spagnolo Pedro Sanchez? “Chi collega questo incidente alla mancanza di energia nucleare, francamente, sta mentendo o dimostrando la propria ignoranza”. Altro falso mito: i pannelli fotovoltaici inquinano di più di quanto producono. In realtà, oggi è al massimo di due anni il ‘tempo di ritorno energetico’ di un pannello solare, ossia il tempo necessario a compensare l’energia usata per costruirlo, mentre gli impianti durano oltre i 25 anni. Non solo: attualmente è riciclabile circa il 95-98% dei materiali di un pannello fotovoltaico. Un altro cavallo di battaglia dei detrattori delle rinnovabili: rubano il suolo agricolo. La realtà è che per raggiungere i target al 2030 si stima un’occupazione al massimo di 80mila ettari, ossia lo 0,5% della superficie agricola totale italiana (16 milioni di ettari). Una superficie più o meno simile a quella che viene abbandonata ogni anno.

Il blocco persiste. Le storie al limite del paradosso

Nel frattempo, le rinnovabili devono fare i conti con vecchi e nuovi problemi, come i ritardi nell’attuazione delle direttive europee, mentre mancano il decreto Fer X, che dovrebbe definire le regole per le procedure di Asta dal 2026 al 2030 e il Fer2 per le aste delle rinnovabili non ancora tecnologicamente mature. Neppure il nuovo Decreto Aree Idonee mette d’accordo. Tutto questo alimenta i paradossi. Nell’ultimo report di Legambiente ‘Scacco alle rinnovabili’ si racconta, per esempio, la storia di un progetto eolico da 23 megawatt di Ariano Irpino (Avellino), presentato in una ex cava e discarica degli anni ’90, oggi riconosciuta come disastro ambientale. È stato bloccato perché, a conferenza di servizi inoltrata, è riemerso un vincolo archeologico imposto nel 1995 per impedire la discarica. Un vincolo ignorato dal Commissario per l’emergenza rifiuti, che aveva consentito l’attivazione della discarica rimasta operativa fino a pochi anni fa. Oggi quell’area è una discarica tombata, piena di rifiuti che dovrebbero essere bonificati. “Ciò che è stato possibile per i rifiuti – denuncia Legambiente – diventa improvvisamente impossibile per le rinnovabili”. In Umbria, invece, alcuni cittadini di Terni si sono visti negare il fotovoltaico sui tetti perché “non esteticamente gradevole” e addirittura “visibile da un drone o da satellite”. Non sia mai.

L'articolo L’Italia paga l’opposizione alle rinnovabili, mentre la Cina (con carbone e petrolio) vola sulle energie pulite proviene da Il Fatto Quotidiano.

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