Caso Moro: il giallo del tiratore scelto di via Fani e dei terroristi tedeschi. Desecretate nuove carte
Nell’anniversario del rapimento di Aldo Moro e della strage di via Fani, il sito della Camera rende pubblica una nuova e cospicua serie di documenti della Commissione Moro (XVII legislatura), desecretata su proposta del presidente Lorenzo Fontana. Nel dettaglio si tratta di 64 documenti e 3 resoconti si aggiungono ai 992 documenti liberi già accessibili, completando l’insieme dei resoconti, delle relazioni e delle registrazioni audiovisive dei lavori della Commissione Moro della XVII legislatura, consultabile dal Portale delle Commissioni di inchiesta della Camera.
Cento colpi sparati verso la vettura di Aldo Moro: il leader Dc restò illeso
Paola Corsignano Carrieri, criminalista e perito balistico, in un’intervista del 2018 a Radio Cusano ha teorizzato la pista del blitz concordato con i terroristi tedeschi della Raf e di un tiratore scelto. «La tecnica d’assalto definita ‘cancelletto’ è tipica delle organizzazioni terroristiche tedesche – ha spiegato il perito balistico – Diciamo poi che le armi degli uomini delle Br che aprirono il fuoco sulla Fiat 130 di Aldo Moro e sull’Alfetta di scorta si incepparono più volte a conferma che si trattava di soggetti non avvezzi all’uso delle armi; nonostante tutto l’azione bellica durò appena 90 secondi. Dopo la sparatoria furono ritrovati 91 bossoli: quindi 91 colpi erano certi, 91 traiettorie erano certe. Di questi 91 colpi, 49 sono stati esplosi da un’unica arma, così come altri 22 sono stati esplosi da un’altra unica arma e 45 colpi hanno raggiunto gli uomini della scorta. È quantomeno strano che nessuno di questi colpi abbia raggiunto Aldo Moro. Come è stato possibile che lo statista democristiano sia uscito illeso da questa pioggia di fuoco? È evidente che ci troviamo di fronte a un gioiello di perfezione come assalto bellico.
“Militari addestrati in modo sofisticato, la Br non erano attrezzate”
«Pertanto, un’azione del genere, così precisa in maniera chirurgica, avrebbe potuto essere posta in essere solo da militari addestrati in maniera sofisticata, oppure da civili sottoposti a un training meticoloso nel corso del tempo in basi militari specializzate in operazioni di commando. È molto probabile quindi che in via Fani quella mattina del 16 marzo 1978 si aggirava insieme alle Br anche un soggetto che utilizzava l’arma quasi fosse il prolungamento della mano: cioè in grado di usare l’arma in maniera determinata, con estrema precisione e tranquillità. A questo tiratore scelto si può imputare probabilmente la maggior parte dei colpi che andarono a segno».
Chi era il tiratore scelto del caso Moro?
«Nonostante i processi, le indagini della magistratura e il lavoro delle commissioni parlamentari d’inchiesta, permangono ancora troppi lati oscuri e zone d’ombra sull’agguato di via Fani. Plaudiamo per questo al lavoro di trasparenza che l’archivio della Camera, e il presidente Fontana, sta portando avanti sulla desecretazione degli atti relativi a Moro». Così il presidente della commissione Cultura della Camera, già consulente della commissione Mitrokhin, Federico Mollicone.
Nuovo allarme bomba al centro di Roma: evacuata piazza delle Cinque Lune, la strada del caso Moro
«A distanza di tanti anni – sottolinea Mollicone – non c’è ancora certezza sul numero e sull’identità di tutti i partecipanti all’operazione Fritz, nome in codice usato dalle BR per il blitz del 16 marzo. La scena del crimine è stata pesantemente alterata dalle tante bugie e omissioni degli ex brigatisti che hanno deciso di collaborare. Tutti gli altri hanno preferito l’omertà. Come ha giustamente sottolineato Giovanni Ricci, figlio dell’appuntato dei carabinieri Domenico, il cosiddetto Memoriale di Valerio Morucci è in larga parte inattendibile se non falso, soprattutto quando si afferma che in via Fani erano presenti 11 brigatisti. Vi sono, invece, plurimi e concordanti riscontri ed elementi probatori che smentiscono questa versione».
Caso Moro: l’ombra dei servizi segreti della Germania dell’Est
Inoltre, «sempre più consistenti sono gli indizi sulla presenza in via Fani quella mattina di un tiratore scelto (colui che sparò la maggior parte dei colpi contro la scorta) e terroristi tedeschi, presumibilmente della RAF (la Rote Armee Fraktion), a supporto del commando delle BR. Tante sono le tracce che da via Fani portano in Germania. I brigatisti molto probabilmente non furono né i primi né i soli a sparare quel giorno. È arrivato il momento di fare chiarezza.
«Un altro grande mistero – aggiunge l’esponente di FdI – riguarda la presenza di una Mini Minor di colore verde con un ordigno ad alto potenziale nascosto nel bagagliaio, parcheggiata in prossimità dell’incrocio tra via Fani e via Stresa dove venne compiuta la strage. La circostanza venne riferita ai cronisti nella tarda mattinata del 16 marzo dall’allora procuratore di Roma Giovanni De Matteo, ripresa da un’agenzia di stampa e poi pubblicata da Roberto Chiodi sul settimanale ‘L’Europeo’. La notizia sulla presenza di quella auto-bomba in via Fani venne insabbiata per poi riemergere misteriosamente a Berlino Est: la Stasi la riportò in un dettagliato rapporto datato 8 giugno 1978».
Le analogie con il rapimento di un industriale a Colonia nel 1977
«Nell’ultima pagina di quel documento, gli esperti antiterrorismo della polizia segreta della Germania Est mettevano a confronto la piantina dell’azione terroristica del 5 settembre 1977 di Vincenz-Statz-Strasse a Colonia, durante la quale la RAF, dopo aver annientato i quattro uomini della scorta, rapì il presidente degli industriali tedeschi Hanns-Martin Schleyer, con la piantina del blitz del 16 marzo 1978 in via Fani a Roma. La stessa Stasi – ricorda Mollicone – metteva in evidenza una impressionante serie di analogie di carattere tecnico-militare-operativo tra i due agguati». Un caso, dunque, che a distanza di quasi cinquant’anni è tutt’altro che chiuso.
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