“Lavoro nel pubblico a Stoccolma e ho negoziato il mio stipendio. Se resti troppo in ufficio pensano che tu abbia dei problemi”
Svezia, agosto 2015. Maurizio Freddo ha poco più di vent’anni e un’idea abbastanza chiara: abbandonare l’Italia per costruirsi un futuro professionale e personale che qui non riesce a immaginare. “Sono partito come studente, con un Erasmus un po’ particolare tra l’Università di Torino e il KTH di Stoccolma”, racconta a ilfattoquotidiano.it. Un programma di doppia laurea in pianificazione urbana che prevedeva un semestre in più e un requisito non banale: imparare lo svedese fino a un livello intermedio. La Svezia non è una scelta casuale. Maurizio studia sistemi di pianificazione urbana e dei trasporti, in più i paesi nordici lo affascinano da sempre. Ma c’è anche un’altra spinta, più intima. “Sono omosessuale, ho fatto coming out molto giovane nella mia città, Casale Monferrato. Ero stanco di dover lottare sempre con l’omofobia diffusa e con un clima politico/sociale che non sentivo mio”. Torino non basta a cambiare le cose. “A un certo punto mi sono chiesto: ‘ma cosa sto a fare qui?’”. Tra le opzioni di Erasmus ci sono Olanda, Regno Unito, Spagna, Portogallo. Ma Maurizio sceglie Stoccolma: il nord, il freddo e la neve non lo spaventano e cerca una realtà che gli sembra più aperta. “Una volta arrivato ho capito subito che era il posto giusto per me”.
Dopo i corsi universitari arriva una internship gratuita in un comune svedese, dove scrive la tesi lavorando su un progetto concreto. Il tirocinio si trasforma in un contratto a tempo determinato, poi prorogato fino al limite massimo di due anni. Da lì, il passaggio a un altro comune e infine a quello in cui lavora oggi, sempre nell’area di Stoccolma. “Tornare in Italia non penso che sia un’opzione. Qui mi trovo bene, penso di poter fare carriera”. Maurizio oggi è un “Traffic Planner”: analizza flussi di traffico, progetta piste ciclabili, riorganizza parcheggi e collabora alla redazione dei piani regolatori locali. Racconta con orgoglio uno dei progetti realizzati: “Abbiamo costruito un parcheggio coperto per biciclette finanziato con fondi europei. E dopo aver rifatto le linee degli autobus, l’uso del trasporto pubblico è aumentato del 600%”. Ma ciò che più lo colpisce è il funzionamento del settore pubblico. “In Svezia il pubblico funziona molto più come un’azienda privata. Non c’è concorso: vieni assunto in base ai titoli, all’esperienza, ai meriti”.
Gli stipendi sono individuali e negoziabili, persino pubblici. “Nei colloqui di lavoro ti chiedono quanto vorresti guadagnare. Se voglio farmi un’idea, posso sapere quanto guadagnano i miei colleghi. E poi c’è una cosa che incentiva a impegnarsi: se porti risultati, puoi guadagnare di più. In Italia è impossibile, lo stipendio nel pubblico è fisso”. Un episodio lo ha segnato particolarmente. “Avevo 24 anni, ero straniero, e ho presentato in Comune un’analisi sui parcheggi che prevedeva un aumento delle tariffe, ma che avrebbe migliorato la situazione. Dopo una discussione lunga e animata, hanno approvato la mia proposta. In Italia non credo che un giovane straniero avrebbe avuto voce in capitolo”. Il confronto con i coetanei rimasti in Italia è netto. “Molti ex compagni di studio sono ancora precari dopo dieci anni, con stipendi bassi e tanto stress. Io da sette anni ho un posto fisso nel pubblico e, se voglio cambiare, come farò a breve, trovo abbastanza facilmente lavoro”. Anche dal punto di vista economico, nonostante il costo della vita più alto, il bilancio è positivo: “Riesco a risparmiare ogni mese e a viaggiare. Il rapporto salari-affitti, per chi ha un lavoro qualificato, regge”.
La qualità della vita pesa quanto il lavoro. Settimane da 38-39 ore, ferie abbondanti, smart working fino al 49%. “Se resti troppo in ufficio, i colleghi si preoccupano: pensano che tu abbia dei problemi”. Il rovescio della medaglia è sociale. “Gli svedesi sono riservati, farsi amici è difficile. All’inizio c’era molta solitudine”. Maurizio si integra grazie allo sport che pratica, la pallavolo, e costruisce una sua rete sociale fatta soprattutto di altri stranieri. Racconta poi che essere omosessuale in Svezia, non è mai stato un problema. “Non interessa a nessuno, zero. Al colloquio di lavoro ho detto che uno dei motivi per cui sono espatriato lì era anche questo. Il mio capo mi disse: ‘Se dovessero sorgere problemi vieni da me che risolvo tutto’”. Condivide quindi un aneddoto emblematico: “Una volta dovevo uscire prima da lavoro per un appuntamento e un collega di una certa età mi consigliò di comprare dei fiori per la “ragazza” con cui dovevo uscire. Gli dissi che era un uomo. Mi rispose: ‘Beh, compragli dei fiori lo stesso!’”. Maurizio non idealizza la Svezia. La casa a Stoccolma è cara, la sanità su questioni minori è lenta e la vita può sembrare noiosa. “Non è tutto oro quello che luccica”. Ma la scelta, a distanza di quasi undici anni, non è in discussione. “Preferisco una vita sicura e prevedibile alla precarietà e all’incertezza sul futuro”. Tornare in Italia? “Solo per le vacanze. O forse come consulente, ma dovrebbe essere una grande opportunità”. Per ora, il suo futuro continua a parlare svedese.
Sei una italiana o un italiano che ha deciso di andare all’estero per lavoro o per cercare una migliore qualità di vita? Se vuoi segnalaci la tua storia a fattocervelli@gmail.com
L'articolo “Lavoro nel pubblico a Stoccolma e ho negoziato il mio stipendio. Se resti troppo in ufficio pensano che tu abbia dei problemi” proviene da Il Fatto Quotidiano.