Violenze e falsi in atti in carcere a Ivrea: otto condanne e sette assoluzioni
IVREA. Otto condanne e sette assoluzioni. Finisce così il primo grado del processo per le violenze e i falsi in atti pubblici in carcere a Ivrea, con l’accusa sostenuta dall’avvocato generale Giancarlo Avenati Bassi. A pronunciare la sentenza è stato il giudice Edoardo Scanavino. Le difese degli imputati condannati, però, già annunciano che dopo la lettura delle motivazioni ricorreranno in appello. Gli avvocati Celere Spaziante e Alessandro Radicchi, infatti, non hanno mancato di notare le discrasie tra le testimonianze dei detenuti che hanno portato alla condanna. Mentre per il pm le contraddizioni erano riconducibili, in sostanza, all’elemento soggettivo della testimonianza: cioè al racconto e al ricordo di ogni detenuto.
Il processo sulle violenze si è trasformato in un processo sui falsi che avrebbero coperto quelle violenze, con i secondi che erano spessi contestati ad agenti che non avevano partecipato ai primi. Questo perché le lesioni erano in gran parte prescritte, a differenza di quanto vergato dagli agenti sui documenti ufficiali. Così è arrivata una condanna a un anno e sei mesi per Giovanni Simpatico, Pietro Semeraro, Marco Fiorino, Domenico Sorrenti, Giuseppe Picierno, Giuseppe Pennucci, Giuseppe Picierno e Salvatore Avino, mentre per Francesco Ventafridda la pena è di 1 anno e 8 mesi, perché riguarda due falsi in continuazione. Assolti perché il fatto non sussiste, invece, Franco Rao e Rocco Firenze, accusati di falso e difesi dall’avvocato Enrico Scolari, che sottolinea che quello che avevano «relazionato i miei assistiti era vero». Assolti con la stessa formula anche Paride Petruccetti, Emanuele Granato, Massimo Genovesi, Mickael Palumbo, Giuseppe Pennucci e Giuseppe Carabotta per l’unico episodio di lesioni non prescritto perché risalente al 2021. Inizialmente, fu qualificato come tortura, accusa che però non superò l’udienza preliminare. Gli avvocati Antonio Mencobello e Mauro Pianasso avevano dimostrato come i loro assistiti, Carabotta e Palumbo, non fossero neanche in servizio quel giorno. Per gli altri, l’avvocato Spaziante, esprime «una moderata soddisfazione». Il detenuto si era costituito parte civile.
Uno degli episodi per cui è arrivata la condanna è quello relativi alla cosiddetta “rivoltina” del 2016, per cui i pm Avenati Bassi e Sabrina Noce avevano utilizzato l’espressione di «macelleria sudamericana», e raccontano di detenuti che sbattendo la testa contro il vetro dicevano: «Ora mi faccio male e dico che a picchiarmi siete stati voi, così vi rovino». L’altro, invece, riguarda una relazione su un pestaggio che sarebbe avvenuto mentre un medico sorseggiava un caffè alla macchinetta, testimoniato da alcuni detenuti di cui veniva messa in dubbio l’attendibilità.
Il processo è nato dalle quattro indagini avocate dalla procura generale alla procura di Ivrea. A chiedere l’avocazione erano state le avvocate dei garanti - comunale, regionale e nazionale -, Maria Luisa Rossetti, e quella dell’associazione Antigone, Simona Filippi. Tutte parti civili per cui il giudice ha disposto un risarcimento da liquidarsi in sede civile, così come per la legale Benedetta Perego, che difendeva alcuni detenuti.
«Quella di oggi è una sentenza importante - spiega Filippi - perché conferma ciò che avevamo denunciato, ovvero che nel carcere di Ivrea erano avvenute violenze contro alcune persone detenute».
Il presidente dell’associazione Antigone, Patrizio Gonnella, commenta: «Il procedimento era uno di quelli che, in quel periodo, diede forte spinta alla campagna di Antigone per l'introduzione del reato di tortura nel codice penale. La sentenza di oggi ci dice che violenza ci fu e ci fu un tentativo di coprirla. Come in altri casi il ruolo di Antigone è della società civile è stato fondamentale per l'emersione di questi casi e nel fare in modo che la cosa non finisse senza che la verità processuale fosse accertata. Ci sono voluti lunghi dieci anni, faticosi per le vittime e anche per noi. Ma la determinazione paga. E in qualche modo la giustizia arriva».
La conclusione delle indagini preliminari riguardava 28 agenti. Tra prescrizioni e assoluzioni, molti però sono usciti dal processo prima della sentenza.