Perché il caso di Trescore Balneario mi ha ricordato il me quindicenne: a scuola non servono professori, ma educatori
Se fossi nato nel 2010 anziché nel 1975 probabilmente sarei finito sui quotidiani nazionali, non come giornalista, ma come protagonista di un fatto di cronaca nera. A 15-16 anni, infatti, rimandato (senza alcuna spiegazione, senza alcun sostegno didattico) in latino, greco e matematica in prima liceo classico (il terzo anno), venni bocciato a settembre. Quel giorno, arrivato davanti all’ingresso della scuola, alla vista del mio nome scritto in rosso sui famosi tabelloni (quand’è che verranno eliminati?), presi in mano il casco e lo scaraventai sui vetri scaricando sulla scuola tutta la mia rabbia, la mia indignazione, la mia incomprensione da adolescente. Poi entrai all’ingresso e mi rivolsi verso i professori presenti, vomitando loro addosso tutto ciò che avevo covato fin dall’inizio dell’anno scolastico, quando la professoressa di greco (ormai defunta) mi disse fin dai primi giorni: “Non arriverai alla fine dell’anno”.
Fatta la mia azione da vandalo, da mostro, da violento mi misi in cammino per meditare su quel gesto, pensando di abbandonare per sempre la scuola. Mi salvò il mio parroco che mi convinse a frequentare le magistrali dove trovai delle donne e degli uomini che seppero valorizzarmi, ridarmi una possibilità e non trattarmi da “incapace”.
E’ lì che nacque la passione per il giornalismo ed è lì che pensai “se insegnerò, non sarò come quei professori del liceo”. Scrivo ciò non per giustificarmi. Avevo sbagliato scuola (un orientamento fasullo, ipocrita). Non ho dubbi. Non amavo il latino e il greco (che ho apprezzato da adulto) per come me lo insegnavano.
Scrivo di me per riflettere, con chi leggerà queste parole, sul caso di Trescore Balneario dove un ragazzino di 13 anni ha accoltellato una professoressa. Un gesto deplorevole, assurdo. L’ennesimo caso al quale non si può rispondere con la banalità del “togliamo loro i coltelli”, “puniamoli” e nemmeno con il mantra della “prevenzione”. La mia vicenda personale mi ha insegnato che non servono professori ma educatori. E’ questo il nocciolo della questione. Lo provo sulla mia pelle, da maestro.
Quando qualche collega mi avverte della vivacità, della pericolosità di un alunno, metto in campo tutto ciò che ho imparato stando tra i ragazzini di strada di Palermo e quanto apprendo da volontario nelle carceri. Non so la storia professionale della professoressa bergamasca e non so quella umana del ragazzino, ma so che non basta più saper insegnare una disciplina: serve saper relazionarsi con questa nuova generazione, figlia di una generazione molto fragile.
Ergo, fatto salvo che l’accoltellamento è un gesto vergognoso e deprecabile, l’unico decreto utile è un investimento serio perché tutti gli insegnanti siano obbligati a frequentare corsi con educatori di strada, pedagogisti e filosofi (non ho scritto psicologi) affinché ciascun maestro e professore provi a diventare un “esperto di empatia”.
L'articolo Perché il caso di Trescore Balneario mi ha ricordato il me quindicenne: a scuola non servono professori, ma educatori proviene da Il Fatto Quotidiano.