Rubano seicento computer, ma Amazon li perdona
STRADELLA. Alla fine il colosso Amazon perdona il dipendente e il corriere infedeli, e il maxi furto da oltre seicento computer si chiude senza condanne. È questo l’epilogo, tutt’altro che scontato, di una vicenda iniziata tra il 2 e il 7 febbraio 2024 tra Bressana Bottarone e Castel San Giovanni, con un piano interno costruito nei minimi dettagli e un carico sparito lungo il tragitto e trovato in un cascinale a Stradella dove era riemerso pochi giorni dopo.
la vicenda
Al centro della ricostruzione della procura di Pavia (pm Giuliana Rizza) ci sono D.C., 45 anni, residente a Broni, dipendente della logistica ritenuto l’ideatore dell’operazione, e A.S., 44 anni, anche lui di Broni, incaricato del trasporto come vettore. Il trasferimento di oltre 600 computer – in gran parte dispositivi HP – era stato formalmente richiesto dal magazzino pavese di Bressana Bottarone verso l’hub di Castel San Giovanni. Un’operazione apparentemente regolare, costruita sfruttando procedure interne e quindi difficilmente sospetta. Ma quel viaggio non è mai arrivato a destinazione.
Il carico è stato infatti dirottato verso Stradella, nell’abitazione di L.S., 44 anni, dove la merce è stata scaricata e nascosta. Un passaggio che avrebbe dovuto chiudere il piano, ma che si è trasformato nel suo punto di rottura. Il 7 febbraio 2024 i carabinieri sono intervenuti recuperando 604 computer HP, tre computer Dell e una Smart TV, ricostruendo in pochi giorni l’intera operazione. La parte offesa, che ha perdonato, è la Amazon Logistics Italia Spa di Milano.
All’interno dell’abitazione sono emersi anche ulteriori elementi: due carabine regolarmente denunciate ma custodite senza le dovute cautele, appoggiate in un luogo facilmente accessibile. Presente sul posto anche C.S., 55 anni, residente a Stradella, trovato con un coltello a serramanico di 9 centimetri. Una posizione che si è rivelata la meno grave: difeso dall’avvocato Antonio Savio, è stato assolto perché il giudice ha riconosciuto la particolare tenuità del fatto, ritenendo credibile l’utilizzo dell’oggetto per attività domestiche e di manutenzione. «Una decisione che restituisce proporzione alla vicenda – ha commentato il legale – non ogni condotta formale deve tradursi automaticamente in responsabilità penale».
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Sul piano giudiziario, l’esito complessivo ha segnato una netta inversione rispetto alle accuse iniziali, che ipotizzavano il furto aggravato dall’abuso di prestazione d’opera. Decisiva è stata la restituzione integrale della merce, che ha spinto la società a rimettere la querela. D.C., assistito dall’avvocato Luca Calogero, e A.S., difeso dall’avvocato Monica Ghigni, hanno così visto estinguersi il reato di furto.
Percorso diverso per L.S., assistito dagli avvocati Marco Sommariva e Valeria Morganti: per lui il giudice ha disposto la messa alla prova, con lo svolgimento di lavori di pubblica utilità. Un iter che, in caso di esito positivo, porterà all’estinzione dei reati di ricettazione e omessa custodia di armi.
Si chiude così una vicenda partita come un colpo milionario e destinata, almeno inizialmente, a conseguenze ben più pesanti. A fare la differenza sono stati il recupero totale della refurtiva e la scelta della parte offesa di fare un passo indietro. —