Non solo Hormuz, è allarme per lo stretto di Bab el-Mandeb, nel mirino degli Houthi
Gli Houthi entrano nel conflitto: da giorni i giornali titolano così, dopo che, due giorni fa, gli Ansar Allah, i “Partigiani di Dio” yemeniti, hanno lanciato una serie di missili da crociera e droni contro Israele. Fin dall’inizio della guerra civile in Yemen, gli Houthi rappresentano i “fratelli minori” dell’Iran sciita e, insieme ai “cugini” libanesi di Hezbollah, costituiscono il cosiddetto Miḥwar al-Muqāwamah, l’“Asse della Resistenza”, una rete che, fin dai tempi di Ruhollah Khomeini, si pone in aperta contrapposizione a Israele e agli Stati Uniti. In realtà, non si tratta di una novità assoluta.
Gli Houthi avevano già tentato di colpire Tel Aviv sin dalle prime fasi della guerra a Gaza, ma i loro missili e droni si erano rivelati poco più che tentativi dimostrativi, ben lontani dall’efficacia di quelli iraniani, capaci, in alcuni casi, di mettere alla prova le difese aeree israeliane. Ora però il quadro cambia. I colloqui di pace sembrano costantemente naufragare, la guerra si è evoluta e quello che era un conflitto circoscritto a Gaza si sta progressivamente trasformando in una crisi regionale, una terza guerra del Golfo non solo militare, ma anche economica, religiosa, strategica.
Ebrei, sunniti, sciiti, americani, attori statali e non statali: un mosaico complesso che, pur apparendo caotico, si ricompone in un tetris geopolitico tutt’altro che casuale. Gli Houthi possono ora giocare un ruolo più incisivo e più preoccupante. Preoccupante non tanto per le nostre teste, quanto per le nostre tasche. Il punto chiave è geografico. Gli Houthi controllano la parte occidentale dello Yemen, affacciandosi sullo stretto di Bab el-Mandeb, che in arabo significa Porta delle Lacrime (per davvero!), crocevia strategico tra Mar Rosso e Golfo di Aden. Non è un dettaglio: si tratta di una delle principali arterie della logistica globale, che collega l’Oceano Indiano al Mediterraneo attraverso il Mar Rosso e il Canale di Suez.
Ebbene, fin dai tempi in cui i Dardanelli e Gibilterra rappresentavano le porte del Mediterraneo, gli stretti sono stati posizioni contese, cruciali per le economie e strategici nelle guerre: controllarli è sempre stata una leva fondamentale per chi vuole trasformare la geografia in potere. Largo appena 29 chilometri tra Yemen, Gibuti ed Eritrea, Bab el-Mandeb è diventato, dalla costruzione del Canale di Suez, una nuova porta del Mediterraneo. Qui transita circa il 10–12% del traffico marittimo mondiale, con una quota significativa di petrolio e gas liquefatto diretti verso Europa e Nord America. Ma non è solo energia: tra il 20% e il 30% del traffico containerizzato globale passa da qui, trasportando materie prime, prodotti finiti e, in sostanza, il funzionamento quotidiano delle economie avanzate.
Dal 2023, gli attacchi Houthi contro navi commerciali e militari nel Mar Rosso, nel Golfo di Aden e nell’area di Bab el-Mandeb hanno superato il centinaio, coinvolgendo oltre 60 Paesi e contribuendo a far diminuire notevolmente i flussi attraverso lo stretto. Non esattamente una crisi locale. A differenza di Hormuz, dove esistono rotte alternative parziali per il trasporto energetico, come l’oleodotto Est-Ovest che collega i mega-giacimenti del Ghawar al porto di Yanbu, Bab el-Mandeb non offre vere vie di fuga. I circa 4 milioni di barili al giorno che lo attraversano, già più che dimezzati rispetto al 2023 secondo l’U.S. EIA, non possono essere facilmente deviati. Se si blocca, qualcuno paga.
In altre parole, se gli Houthi decidono di alzare il livello dello scontro, non si tratta solo di missili su Tel Aviv, ma del rischio di far ballare l’economia globale sul filo del rasoio. Esiste poi un ulteriore fattore di rischio: il Corno d’Africa. Dalle coste dello Yemen, il micro staterello apparentemente irrilevante di Gibuti dista appena una manciata di chilometri, i 29 dello stretto. Ed è proprio qui, nell’ex colonia francese, che si trova Camp Lemonnier, l’unica base permanente degli Stati Uniti nell’intero continente africano. Attiva dal 2002, la base ospita la Combined Joint Task Force – Horn of Africa, supportando le operazioni antiterrorismo in Yemen e Somalia e coordinando iniziative di sicurezza regionale, inclusa la cooperazione con Paesi come Ciad, Niger, Mauritania e Mali.
Vi è inoltre una presenza italiana legata al Comando Operativo di Vertice Interforze. È quindi plausibile che, qualora Bab el-Mandeb venisse ulteriormente minacciato, Stati Uniti e alleati possano valutare un utilizzo più assertivo di Camp Lemonnier, se non altro come strumento di deterrenza nei confronti degli Houthi e dei loro sponsor regionali. Un attacco diretto alla base resta, allo stato attuale, improbabile: gli Houthi sono già impegnati su più fronti interni, in un Paese devastato da crisi economica e carestie. Aprire uno scontro diretto con gli Stati Uniti sarebbe più che rischioso: sarebbe un salto nel vuoto.
Tuttavia, nella guerra contemporanea non è necessario colpire in modo decisivo per ottenere effetti rilevanti. Basterebbero anche azioni limitate o dimostrative per ridurre ulteriormente il traffico attraverso Bab el-Mandeb e per aprire un nuovo fronte, magari secondario, ma tutt’altro che irrilevante, in uno scenario già estremamente fragile. Bab el-Mandeb diventa così molto più di uno stretto: è un moltiplicatore di crisi. In altre parole, il vero rischio non è che gli Houthi vincano una guerra che non possono vincere. Ma che riescano a renderla troppo costosa per tutti gli altri. Che riescano cioè a stringere ulteriormente un cappio che, fin dall’inizio della guerra in Ucraina, ci ritroviamo al collo.
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