Ho scritto il mio curriculum dei fallimenti. Ed è stato bellissimo
Una caldissima mattina dell’estate del 1990, ispirandomi a nostro signore Gesù Cristo, decisi anch’io di camminare sull’acqua. Dopo attento studio, presi i miei braccioli, me li misi alle caviglie, mi allontanai dall’ombrellone e mi diressi con incedere piuttosto regale verso il mare. Fu fantastico, per i primi tre metri. Poi, causa naturale galleggiamento dei braccioli, finii con le gambe all’insù e la faccia sott’acqua. Fu così che rischiai di annegare (mi tirò a galla mio padre, che da lontano aveva forse previsto l’insuccesso della mia impresa) e fu così che sperimentai il mio primo fallimento.
Da allora ne ho avuti tanti, tantissimi. Nel 2009, appassionato alla vicenda sulla trattativa Stato-Mafia, aprii il blog Docmafie.it. Durò neanche 5 mesi, letto solo dai miei parenti. Ho scritto «un’altro» con l’apostrofo. Più volte. Per quante ore mi ci sia messo, non sono mai riuscito a suonare Recuerdos de la alhambra con la chitarra né a leggere Sulla strada di Kerouac.
Pochi mesi fa ho avuto il peggior colloquio della mia vita. Con un selezionatore di Linkedin che stava a Dublino, via telefono, in inglese:
«Francesco, I imagine you know our Rundown (una newsletter mattutina curata da Linkedin, avrei scoperto dopo, ndr)».
«Yes, of course!».
«And what is it?».
«…».
Ne ho avuti talmente tanti, di fallimenti, che ho deciso di metterli in fila, uno dopo l’altro, e di scriverci un curriculum: il curriculum dei fallimenti. È la terza pagina del mio normale cv: le prime due sono composte di «successi», la terza di flop clamorosi.
A fare da apripista fu Johannes Haushofer. Professore di psicologia all’Università di Princeton, nel 2016 riprese l’idea letta su un articolo di Nature e pubblicò un elenco dei suoi insuccessi in ambito accademico, ordinato in sezioni: «Corsi ai quali non sono stato ammesso», «Insegnamenti che non ho ottenuto», «Articoli che mi sono stati rifiutati», e così via. Da allora in moltissimi, specie nella Silicon Valley, hanno iniziato ad aggiungere in fondo al proprio curriculum una paginetta con i propri insuccessi.
In Italia c’è persino chi lo insegna. Francesca Corrado, per esempio, dopo aver perso due lavori e l’amore della propria vita, ha creato la Scuola di fallimento, e oggi fa incontri con le aziende in cui insegna il valore del fallimento. Parla di cultura dell’errore, che comprende due valori: «Quello di tollerare gli errori propri e altrui; e quello di ritentare l’impresa dopo un primo insuccesso», ha spiegato a Vanity Fair.it.
I migliori, non si capisce perché, «sono gli irlandesi»: «Poi ci sono i nordeuropei, piuttosto tolleranti nei confronti degli errori». Gli americani e la loro Silycon Valley, con tutta la retorica sul valore del fallimento, sono a sorpresa un po’ «indietro»: «Hanno ancora un tabù dovuto al fatto di non avercela fatta. Non a caso in Sylicon Valley e a Stanford si registrano casi di depressione e suicidio superiori alla norma». I meno indulgenti restano invece i Paesi asiatici, dove «il tracollo negli affari e nello studio resta un grosso stigma sociale». E gli italiani? «Sono ancora poco propensi alle seconde possibilità».
Ci converrebbe, guardare ai nostri errori e costruirci qualcosa di bello sopra, come fanno i più grandi. «James Dyson, inventore geniale, ama dire che il suo aspirapolvere senza fili è “nato da 5.217 errori”. Sara Blakely, miliardaria americana fondatrice del marchio d’abbigliamento Spanx, racconta che a cena suo padre le chiedeva sempre: “Cos’hai sbagliato oggi?”. Massimo Bottura, un giorno, vide che il suo collaboratore Taka fece cadere una crostatina al limone mentre stava portando il piatto in sala. E mentre quello, un giapponese, si scusava affranto raccogliendo la crostata ormai maciullata dalla caduta, lui lo rassicurò: “Il piatto è bellissimo così: ricreamelo, con tutte le crepe nel piatto e la crema schizzata attorno”. Fu così che nacque il leggendario piatto “Ops, mi è caduta la crostatina!”».
Scrivere il curriculum dei fallimenti ha un triplo vantaggio. Ti costringe a ritrovare nella memoria cose che, consciamente o inconsciamente, avevi seppellito nella memoria, vista la natura del nostro cervello a nascondere le esperienze passate negative. Rende un po’ più interessante la tua presentazione. E ti ricorda che dietro ogni errore ci puoi ricavare una lezione. Io per esempio dopo il colloquio con Linkedin ho imparato che è meglio fingere di non sapere piuttosto che far finta di sapere; che pezzi come Recuerdos de la alhambra va bene anche solo sentirli; che Kerouac si ripeteva spesso, sì, ma che quel libro valeva la pena di leggerlo tutto per quel finale con Dean Moriarty che se ne va via, solo, col cappotto tirato sul collo nel freddo d’America; e che in fondo tutti questi fallimenti mi sono serviti eccome, a scrivere quella pagina in più, che per lo meno renderà interessante il mio diavolo di curriculum.