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Alessandro Carnevale de «Il Collegio»: «Mai stato un sex symbol»

Il Collegio: Alessandro Carnevale
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Il Collegio: Alessandro Carnevale

La popolarità è una cosa strana, c’è chi la insegue per tutta la vita e chi cerca di sfuggirle perché sente di aver perso qualcosa lungo la strada. Alessandro Carnevale fa parte di questi ultimi: da quando Il Collegio, il docu-reality prodotto dalla Rai in collaborazione con Magnolia – Banijay Group, ha conquistato il pubblico di tutta Italia, sembra che il professore di arte abbia smarrito un pezzo di sé, della sua creatività. «Nasco come un individuo piuttosto riservato e tutta l’attenzione che arriva in funzione del Collegio non dico che mi dia fastidio, ma mi allontana senz’altro dalla condivisione della mia vita personale», spiega Carnevale, classe 1990, dall’altro capo del telefono. Parla in maniera chiara e pulita come quando lo vediamo al Collegio, attento a raccogliere le confidenze e le paure dei suoi giovani allievi come se fossero dei tesori da non dissipare. Gli stessi che migliaia di utenti cercano di condividere con lui attraverso i social inviandogli disegni, dipinti, racconti, tutto ciò che fa parte del loro io.

«Ricevo centinaia di messaggi ogni giorno e, per carattere e per indole, cerco di rispondere a tutti perché si tratta di persone che mi chiedono un consiglio, una battuta che possa migliorare la loro giornata. Il problema è che mi sento in colpa quando non riesco a prestare attenzione a tutti: rispondere diventa un lavoro, ci devi dedicare almeno un paio d’ore al giorno ma, alla lunga, diventa stressante, una cosa faticosa da gestire. A un certo punto ti chiedi: per cosa lo sto facendo?», si chiede Carnevale sottolineando che a un certo punto «tutta questa visibilità la odiavo, non sopportavo di avere tutte queste persone interessate». Le cose sono, però, cambiate quando Alessandro, originario di Bragno, un piccolo paese in provincia di Savona, ha capito che i social potevano essere uno strumento per condividere dei contenuti stimolanti, portatori di un messaggio. Proprio come i video divulgativi che pubblica su Youtube e che lo aiutano a creare qualcosa di interessante, «un modo per gestire questa visibilità che non ho mai rincorso per fare qualcosa di utile».

A ottobre, dopo 8 mesi di silenzio, è tornato su Instagram parlando di un «burnout»: scriveva che, dopo il successo del Collegio, era nel pieno di una crisi sia creativa che personale. Come ne è uscito?
«Sono cose che ciclicamente succedono nella vita di un creativo, il momento in cui si perde l’entusiasmo. Lo superi isolandoti e prendendoti del tempo, facendo errori, finché, sbaglio dopo sbaglio, non riesci a correggere la rotta e a trovare una nuova direzione. Il problema è che quando mi sono trovato migliaia di persone addosso ho sentito delle forti pressioni: così ho abbandonato le piattaforme social mettendo a fuoco un modo per usarle in maniera intelligente».

Probabilmente le persone la cercano perché gli studenti del Collegio con lei riescono ad aprirsi davvero. Da dove deriva tutta questa fiducia, secondo lei?
«Sicuramente ha a che fare con il discorso artistico: l’arte viene sempre trascurata, trattata come una materia di serie B, ma è una palestra per sviluppare l’empatia, un momento in cui si raccontano i desideri, i sogni, le ambizioni. Qualcosa che la scuola vede come una distrazione che non deve influenzare l’apprendimento, e allora mi chiedo: ma cos’è la scuola se non un luogo in cui incoraggiare gli studenti a guardare il mondo in modo diverso? Mi commuove che da casa le persone riescano a vedere questo anche in pochi secondi di televisione».

Mario Tricca, per esempio, ha condiviso con lei la sua «paura per il futuro»: lei ci ha mai pensato da adolescente?
«Assolutamente sì, basta guardare il contesto in cui viviamo, lo scandalo, la crisi, l’incertezza che regola la percezione che abbiamo del mondo, il non sapere quello che succederà, la crisi economica, i cambiamenti climatici. Una sensazione che per persone sensibili come Mario diventa un problema: il futuro è un’incognita negativa, e io la capisco questa paura».

È vero che era uno studente ribelle?
«Ero ribelle per indole: quando una materia non mi interessava, rifiutavo lo studio. Sono cose che succedono a 15 anni, quando non hai la maturità per capire che tutto è importante».

C’è uno studente del Collegio in cui rivede sé stesso?
«Mario Tricca è una persona con cui è facile creare un legame empatico, ma mi colpisce molto anche Alex Djordjevic per via delle sue debolezze, il suo modo aggressivo di porsi cercando di nascondere una fragilità enorme. So cosa c’è dietro quello che mostra davanti a tutti».

https://www.youtube.com/watch?v=5FCvUb5-aIA

Molti studenti sembrano certi di quello che faranno da grandi: lei ha sempre sognato di diventare artista?
«Prima volevo fare il musicista, poi è nata l’idea di diventare scrittore e ho pubblicato un romanzo. Dopo sono tornato all’arte figurativa: avevo sempre il desiderio di dire qualcosa quando sentivo che le parole non arrivavano».

Ha anche recitato: in Rete gira il trailer di un film, Primes, che la vede come un agente segreto.
«Era un progetto nato insieme a dei ragazzi molto giovani e basato sull’ipotesi di Riemann che è il fondamento della crittografia del mondo digitale, della sicurezza bancaria. Girammo il trailer per proporlo alle case di produzione ma, visto che non avevamo soldi per pagare degli attori professionisti, avevamo deciso di girarlo con persone che potessero farlo gratuitamente. Io ero uno stuntman, ma fui doppiato da Guido Roberto: la cosa, però, non andò in porto e finì lì».

Oggi reciterebbe ancora?
«Non credo che sarei in grado. Già mi chiedono sempre se Il Collegio sia recitato, ma non lo è assolutamente: io lì sono me stesso, non seguo nessun copione, altrimenti non riuscirei a trasmettere determinate emozioni».

Ha anche studiato batteria per diventare professionista: quante vite ha vissuto in questi 29 anni?
«Troppe, ma tutte legate attraverso l’arte. Dopo il liceo artistico ho frequentato l’Accademia di Belle Arti di Torino ma, nel frattempo, studiavo batteria per diventare professionista a Milano. Sull’onda del mio percorso musicale, poi, sono tornato a Savona e ho fatto il docente di batteria e percussioni alla Scuola Nicolini: non mi pento di nulla. Anche un’esperienza fallimentare come quella del trailer mi ha dato un bagaglio emotivo che mi ha permesso di affrontare la pressione del Collegio in modo più sereno. Come Mario Tricca soffro di un’ansia da prestazione che non supererò mai, ma che ho imparato a gestire. Quella fastidiosa sensazione allo stomaco è sempre con me, ma ormai ci convivo».

Immagino l’ansia quando nel 2015 è stato inserito tra i 500 artisti da tenere d’occhio per l’Art People Gallery di San Francisco: non si è mai montato la testa?
«Mai. Ho sempre cercato di rimanere quello che sono, non cedere all’ombra emotiva del riconoscimento che ti fa smettere di diventare artista e ti trasforma in un un bravo artigiano che cerca di cavalcare l’onda per accumulare denaro, ricchezza, fama, potere. Ho sempre usato le mie opere perché rispecchiassero una parte di me: sono la persona che sono, un provinciale cresciuto in un paesino di tremila anime e questa è la mia vita, c’è poco da fare. Posso anche esporre a New York, cosa che ho fatto, ma resto sempre quel ragazzo lì».

Centrale nelle sue opere è il paesaggio industriale, gli scheletri di ferro e acciaio. È legato al contesto in cui è vissuto?
«Sono nato e cresciuto nel pieno della dismissione industriale, l’alienazione del paesaggio. Da bambino vivevo in questi luoghi con migliaia di operai che lavoravano nei poli industriali e che oggi sono delle città fantasma dominate da un’aria assente, spettrale. Era una costante delle mie prime opere, mentre adesso mi sto concentrando su qualcosa di più figurativo, ma sempre legato a quel mondo: lavoro, per esempio, con la ruggine. Una lastra arrugginita trasmette subito l’abbandono ed è quello che sento quando mi guardo intorno e vedo che il paesaggio diventa sempre più spoglio. Me lo chiedevo all’inizio del mio percorso: cosa ho da raccontare, cosa c’è di diverso in me rispetto a chi è nato a Milano e ha migliaia di contatti? Io sono questo e ho semplicemente raccontato la mia storia».

Vive ancora lì?
«Vivo in una grande casa in mezzo al bosco, un po’ come un eremita. La solitudine non mi dispiace affatto, anche se mi rendo conto che certe volte diventa qualcosa da cui prendere le distanze. Il rischio è perdere il contatto con la realtà e, in quest’ottica, anche i social possono essere terapeutici perché ti spingono al confronto con gli altri».

Dal confronto emerge che il pubblico femminile impazzisce per lei e pensa che sia bellissimo. Mai sentito a disagio?
«Non ci sono abituato. A 15 anni ero il classico mingherlino brufoloso: ero terribile, le mie fotografie dell’epoca sono state eliminate da qualsiasi circuito social. Non ho mai avuto un’attenzione alla mia esteriorità perché ho sempre cercato di essere apprezzato per quello che avevo dentro. Che qualcuno mi trovi carino o attraente è un contorno».

Oggi si piace?
«Credo di avere dei difetti fisici abbastanza evidenti. Ho il setto nasale deviato, le spalle strette, la pancetta che avanza da trentenne: non sono un modello o un sex symbol, tutt’altro. Naturalmente ringrazio per i commenti, ma non credo di essere un’icona della bellezza».

Spesso la gente si chiede se sia fidanzato…
«È una cosa che riguarda la mia sfera personale e che ho scelto di non condividere sui social. A livello ufficioso sono impegnato in una relazione ma, per rispetto di questa persona, taccio perché non voglio coinvolgerla in questa popolarità. So che potrebbe non farle piacere».

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