San Patrignano e Tod’s: al lavoro, insieme, contro la dipendenza
«Ho iniziato a drogarmi presto. Mi facevo di roba pesante. Mi hanno beccato mentre spacciavo e commerciavo sostanze oltre confine. Devo solo ringraziare il giorno in cui mi hanno arrestata se oggi sono qui […]».
«Era agosto. Dovevamo fare una normale grigliata e invece quella sera comunicai ai miei genitori che mi drogavo. Non dimenticherò mai quel momento. Il giorno prima di dirglielo avevo lasciato 300 euro al mio spacciatore. Per fortuna sono riuscita a entrare qui in tempi stretti […]».
«Quando ho iniziato avevo diciassette anni. Mi facevo di eroina, anche a casa. Nascondevo la roba ovunque. Anche dietro ai quadri, tra la tela e la cornice, hai presente? Uscivo dal bagno strafatta sotto gli occhi di mia madre. Devo ringraziare il suo coraggio, la sua tenacia e il fatto di non essersi arresa di fronte a uno dei dolori più lancinanti per un genitore: avere un figlio drogato. Mi ha preso per i capelli. È stata la mia salvezza […]».
Macigni. Che ti arrivano addosso come un fiume in piena, senza essere dosati nelle parole o indorati nel tono della voce, e che si conficcano là, in quella parte di corpo tra cuore e stomaco. Credi di essere pronta ad accoglierli, a metabolizzarli, a masticarli. A farli a pezzetti piccoli per digerirli meglio. E invece sono bocconi enormi, amari, conditi con manciate di dolore e cucchiaiate di sofferenza, quella di esistenze appese ai fili di una dignità maltrattata, smarrita e da ricostruire da capo. Con fatica. Pezzo per pezzo. Ti fai carico dei loro racconti, provi a immedesimarti, cerchi di capire, rifletti, pensi, rimugini. Esiti. Sai che ci vorrà del tempo per mandare giù tutto.
Quello stesso tempo che qui a San Patrignano, la comunità di recupero per tossicodipendenti fondata nel 1978, appollaiata sulle colline riminesi e protetta a vista da San Marino, scorre lento. O a volte troppo veloce. «Siamo impegnati tutto il giorno. C’è tanto da fare» mi racconta Sofia elencando le attività giornaliere che svolgono al «Sanpa» come lo chiamano qui. «Ognuno di noi è destinato a un settore diverso: pelletteria, tessitura, decorazioni, cucina, lavanderia, clinica… tutti fanno qualcosa per tutti» mi spiega Angelica mentre mi introduce al «codice» corretto da utilizzare per chiedere la razione del mio pasto.
Siamo a tavola, nel gigantesco refettorio della comunità. Lo sguardo si perde tra i circa 1300 ragazzi – con una età media compresa tra i 22-23 anni – che lo popolano. 1300 storie di vita diverse, eppure accomunate dallo stesso destino: strappare la propria vita alla dipendenza. Il percorso è lungo, dura all’incirca 4 anni. 1460 giorni senza avere contatti con l’esterno, se non tramite lettere e pochi incontri con la famiglia prefissati dopo il primo anno. 1460 giorni senza telefoni, internet o mezzi che possano interferire col raggiungimento del proprio obiettivo. Quello di riuscire a tornare a stare bene con gli altri, di non rifugiarsi nella solitudine, di colmare vuoti scavati dalle paure e dalle fragilità, di vedere nei giorni che nascono una possibilità di riscatto dalle ore annientate dalla droga.
Ed è così che Tod’s, da anni sostenitore della comunità, anche quest’anno ha rinnovato il proprio impegno, regalando ai ragazzi la possibilità di assorbire un know-how, quello della lavorazione della pelle trasferitogli dalle maestranze artigianali del Gruppo Tod’s e l’occasione di poter lavorare insieme per condividere momenti creativi di gruppo.
Sotto la supervisione di Emma Marelli, Responsabile Reparto Pelletteria San Patrignano e con una lunga esperienza nel settore, i ragazzi del laboratorio di pelletteria della comunità hanno dato vita a due capsule collection di borse e accessori realizzate con materiali forniti dall’azienda di Sant’Elpidio e nate rispettivamente dalla collaborazione con l’artista Lugosis e l’associazione Cuba-Lab. Pellami pregiati, cuciti e dipinti rigorosamente a mano dai giovani che si sono trovati a imparare un nuovo mestiere, e trasformati, nel giro di pochi giorni in due collezioni limited edition che saranno in vendita dal 21 novembre su www.tods.com e il cui intero ricavato sarà destinato alla comunità per la realizzazione e il finanziamento dei propri progetti.
«Quando sono entrata qui non pensavo che sarei riuscita a fare tutto questo!» mi confessa estasiata Martina, alle prese con le cuciture della patta per la borsa di paglia. «Sono qui da due anni e dieci mesi. Quando esco di qui mi piacerebbe continuare a fare questo lavoro. Ho scoperto una passione» continua mentre mi mostra i modelli delle due linee.
La prima è quella creata in collaborazione con il tattoo artist bresciano e appassionato di graffiti Lugosis che, oltre ad aver regalato un murales, creato live, alla comunità, ha disegnato il soggetto riprodotto poi sulle borse. L’altro è Cuba Lab, Associazione di Promozione Sociale (Aps) fondata con l’obiettivo di aprire in L’Avana (Cuba) un centro di formazione/laboratorio, dove i giovani da un lato si immergono nella produzione di oggetti di design contemporaneo, e dall’altro stimolano la creatività delle nuove generazioni avendo come riferimento le memorie della tradizionale Artesanìa cubana. Fedele a una filosofia eco-sostenibile, tutti i prodotti dell’Associazione vengono realizzati con materiali derivati da scarto alimentare conciati con sostanze non dannose all’ambiente, mentre i tessuti e la carta provengono da un filiera basata sul riciclo della materia prima.
Un progetto, quello del marchio, volto a regalare ai ragazzi di San Patrignano nuovi orizzonti di vita. Fatti di impegno, voglia di fare, passioni, senso di responsabilità e coraggio. Per ricominciare.