Volontariato, il terzo settore del Veneto si ribella alla partita Iva. «Caro Draghi, serve un passo indietro»
PADOVA. Aprire una partita Iva per le associazioni di volontariato può significare non fare più volontariato. Perché si tratta di costi: gestione, contabilità, burocrazia, anche se non c’è un’Iva da pagare perché non ci sono volumi d’affari importanti o perché si potrà contare sull’esenzione.
Eppure è quello che il Senato ha approvato lo scorso 4 dicembre e che la Camera è chiamata a discutere. In un secondo momento le associazioni potranno chiedere l’esenzione, ma nel frattempo per le realtà più piccole potrebbe significare soccombere nel mare burrascoso degli ostacoli amministrativi. Prendiamo il “caso Padova”, la città veneta eleta capitale del Volontariato e da qui abbiamo iniziato un’analisi di quello che questa decisione comporterà.
LETTERA A DRAGHI
Il presidente del Csv Emanuele Alecci, e Riccardo Bonaccina, portavoce del Comitato per il riconoscimento del volontariato a bene immateriale Unesco, hanno scritto al presidente del consiglio Mario Draghi senza troppe chiacchiere: « Anche lei fa parte di una classe politica incapace (nei fatti) di ringraziare». Il Comitato chiede a tutti i parlamentari – di ogni colore politico – di cancellare l’Iva per il terzo settore e di domandare che il 2022 venga dichiarato anno del volontariato.
«L’Italia paese dell’anno, sentenzia l’Economist. Ma questo anche grazie al grande impegno degli italiani e specialmente grazie all’impegno degli italiani migliori: i volontari – si legge nella missiva – Quelli che non vogliono nulla ma che fanno senza se e senza ma. E che si trovano oggi anche ad essere costretti ad aprire obbligatoriamente una partita Iva anche se non vendono nulla».
«Risultato? Una classe politica incapace di ringraziare chi davvero è il motore di una possibile ripartenza. Presidente Draghi batta finalmente un colpo. Si impegni pubblicamente a cancellare questo odioso provvedimento».
«Per questo chiediamo un impegno pubblico e nominativo bipartisan dei parlamentari italiani sulla cancellazione dell’Iva al terzo settore e sulla proclamazione dell’anno del volontariato. Perché non basta chiedere scusa, bisogna far un passo in più. Bisogna che la coscienza del ruolo necessario del terzo settore e del volontariato premessa di ogni sviluppo inclusivo si facciano coscienza pubblica e definitiva».
PER APPROFONDIRE.
- il Mattino: L’editoriale del direttore/Una tassa sull’umanità
- la Nuova: L’editoriale del direttore/Una tassa sull’umanità
- la Tribuna: L’editoriale del direttore/Una tassa sull’umanità
- il Corriere Alpi: L’editoriale del direttore/Una tassa sull’umanità
L’AUMENTO DELLE SPESE
Quello che lascia di sasso è che non vi sia differenza tra chi fa attività commerciale e chi no; che si obblighi ad aprire la partita Iva a chi non ha nulla a che fare con il commercio e, anche se non ci sono di fatto spese, serve una contabilità, da inviare per via telematica, con l’aiuto di un professionista e questo si che si paga. Tanto più che, se si dimentica di inviare la contabilità, si paga la multa, anche se si tratta di una dichiarazione di 0 euro.
«Non siamo imprese e ci mettono più ostacoli che alle imprese – sottolinea Alecci – Come se nascondessimo chissà quali intrighi. Abbiamo ricevuto la solidarietà di uomini di cultura, direttori di giornali e politici – dov’erano quando si votava in Senato? – e francamente non penso questo provvedimento si farà perché è una sciocchezza. Tuttavia che il voto in Senato sia avvenuto alla vigilia della Giornata mondiale del volontariato (il 4 dicembre) è stata una vergogna. E che se ne parli proprio a Natale è una vergogna nella vergogna».
Flavio Zelco, fondatore di Vada Civitas Vitae dell’Oic e tesoriere consulta provinciale
«ORA SALTERANNO PROGETTI E ASSISTENZA»
Flavio Zelco è socio fondatore di Vada Civitas Vitae (che opera all’interno dell’Oic) ed è tesoriere della Consulta del volontariato della nostra provincia. La questione Iva non lo spaventa, ma gli provoca una sgradevole sensazione: «La mia sensazione è che è si aggiunga un tassello in più al mosaico generale che si sta costruendo negli ultimi tempi: il volontariato resta e così il suo spirito, ma le istituzioni non si preoccupano di questo mondo».
Zelco di volontari ne conosce tanti, capaci di buttare il cuore oltre l’ostacolo, ma come formatore gli insegna proprio il contrario: «Va bene la generosità, è l’anima del volontariato, ma deve essere organizzata se si vogliono raggiungere obiettivi sempre più importanti – aggiunge – Succederà che la gente si mette insieme, senza una forma istituzionalizzata che comporta tutti questi obblighi. Ci giochiamo così progetti e programmazioni con il pubblico».
Che hanno fatto la differenza durante la pandemia. Che hanno fatto la differenza tra lasciare un anziano da solo o fargli sentire che c’era una mano tesa ad accoglierlo. Che hanno ascoltato disagi e preoccupazioni e, solo per aver concesso uno sfogo, non sono diventate in drammi.
«Noi come Vada Civitas Vitae ci occupiamo di persone anziane – racconta Flavio – Prima che il Covid chiudesse le porte delle case di riposo per sicurezza, gli leggevamo il giornale, chiacchieravamo con loro. Il groviglio di burocrazia che paventa questa scelta folle del governo significherebbe non poter contare su soci organizzati, ma su persone che oggi ci sono e domani non si sa. Ma i bisogni ci sono sempre».
Silvia Bonanato, presidente di Telefono amico che in città conta sessanta attivisti
«IN ARRIVO UN GINEPRAIO DI BUROCRAZIA»
Telefono Amico durante la pandemia ha quasi raddoppiato le chiamate. Al numero nazionale 02. 23272327 e alla chat al 324. 0117252 rispondono da tutta Italia, compresi i volontari padovani che sono una sessantina.
La presidentessa padovana Silvia Bonanato racconta l’attività dell’ultimo anno: «Rispondiamo a persone spaventate dal futuro imminente, che non sanno cosa succederà e se usciremo da questa situazione provocata dal Covid; rispondiamo a lavoratori che hanno perso il lavoro a causa delle conseguenze economiche del virus e che non sanno cosa fare. Noi siamo formati all’ascolto, ad accompagnare le persone a considerare altre angolazioni e altre prospettive. Di recente ci siamo accorti che sono aumentati i giovani: se prima usavano solo la chat whatsapp, adesso preferiscono telefonare».
Tutto questo potrebbe “sparire” per una partita Iva? «Di sicuro – aggiunge Bonanato – siamo preoccupati. Significherebbe doverci affidare ad un consulente, dunque investire denaro e tempo che avremmo potuto usare per fare del bene. E tutto questo anche se non abbiamo grandi risorse, ma piccole raccolte fondi che ci permettono di sopravvivere. Speriamo si torni indietro perché per noi potrebbe significare non farcela».
«Confido possano rettificare questa misura perché per noi, per i volontari che stanno dietro la cornetta del telefono, potrebbe significare non uscire da questo ginepraio di burocrazia e non ci saremmo più a sostenere le persone che stanno vivendo un momento emozionale difficile».
Anna Donegà, vicepresidente di “Noi e il cancro”: confronto tra donne sulla malattia
«SOLO UNA GRAN PERDITA DI TEMPO»
“Noi e il cancro volontà di vivere” fa una cosa così semplice da essere straordinaria: ascolta e partecipa della paura di una donna che affronta il tumore al seno. Anna Donegà è la vicepresidente dell’associazione che conta 35 volontarie ed esiste da 40 anni.
«Diamo servizi di riabilitazione psicofisica – spiega – ma la nostra caratteristica principale è l’ascolto: siamo tutte donne che hanno già affrontato la malattia. Chi chiama perché ha bisogno di un supporto viene accolta da una volontaria, da una sua pari, una donna che c’è già passata e capisce cosa sta vivendo».
Insieme è più facile, anche semplicemente capire qual è il bisogno più importante: a volte un’infusione di coraggio, a volte una spiegazione, altre un’informazione, ma tutto questo passa sempre dalla necessità di parlare e confrontarsi.
«La vicinanza alle altre donne è delicata e complessa – aggiunge Anna – Abbiamo già dovuto affrontare la riforma del Terzo settore e siamo in fase di riorganizzazione; poi è arrivato il Covid, ha azzerato le attività di gruppo e così le visite post-operatorie alle donne operate dello Iov e di Abato; ha aggiunto delle spese per sanificazioni e presidi di sicurezza».
«Dover pensare anche alla partita Iva, senza avere attività commerciali, significa perdere un sacco di tempo. Ma soprattutto significa aver paura che la burocrazia ci metta così tanto in difficoltà da far sparire un’associazione che esiste da 40 anni e ha aiutato migliaia di donne e famiglie. Non ci voglio nemmeno pensare, ma un po’ di scoramento c’è».