Pavese bloccato nel Donbass: «Mio figlio è là dove si combatte e io non posso andare da lui»
Pavia. «Se ci penso mi viene da piangere. Sopra la casa di mio figlio sono passati sedici missili cruise. Sto cercando di raggiungerlo ma non è semplice. In strada ci sono bande e gruppi dell’esercito ucraino che fanno guerriglia. Non lo vedo da un anno». Aldo, nome di fantasia, è un piccolo imprenditore di Arena Po. Ha fatto fortuna nel Paese, «ma la guerra mi ha rovinato, e sarò costretto a trovare altro lavoro o reinventarmi in qualche modo».
Lui e la sua compagna si trovano nel Donbass riconosciuto indipendente da Putin. I combattimenti hanno oltrepassato la zona dove vive. Ma il pensiero di Aldo va al suo piccolo.
Si trova a 22 ore di macchina da lui, nella regione occidentale della Transcarpazia, confine ungherese. «È lì con sua mamma – racconta – mi ha chiesto di mandare dei soldi perché le banche sono chiuse. Non c’è più farina, i supermercati sono stati saccheggiati. In farmacia non ci sono più medicine. Impossibile cambiare i soldi in euro e la grivnia (moneta locale) continua a svalutarsi. Inviare denaro non è semplice perché i servizi di trasferimento sono bloccati, Sto cercando di inviare aiuti attraverso alcuni amici che stanno approntando una spedizione. Ma è tutto incerto». Aldo sceglie di rimanere anonimo per tutelare la sua famiglia in una situazione concitata come quella attuale, e per alcuni problemi legati alla sua permanenza nel Paese. «Sono riuscito a rientrare in Ucraina dopo lo scoppio del conflitto. I doganieri al confine sono tutti scappati. Ora la linea del fronte si è spostata di diversi chilometri, ma anche nel Donbass ci sono stati scontri già prima dell’invasione. Il 22 febbraio, il giorno che precede la commemorazione degli eroi, è scoppiata un’autobomba in città. L’invasione è stata anticipata dai bombardamenti, che sono durati tutta la notte. L’aeroporto vicino alla città è stato colpito, alcuni negozi chiusi. Poi i combattimenti sono andati oltre. Ma da casa si esce poco, se non per comprare beni essenziali o le sigarette, e poco altro perché non è sicuro».
Il conflitto non ha solo messo a rischio la sua vita e quella degli affetti più cari: «Ha stravolto tutti i miei programmi – prosegue il padre – l’idea era quella di tornare in Ucraina, risolvere i problemi connessi al mio status e riabbracciare mio figlio. La mia presenza nel Donbass è regolare, ma spostarmi coi documenti attuali è un’incognita continua. Il conflitto ha portato con sé molta incertezza. Sto valutando ogni strada per ricongiungermi col mio piccolo. Come tentare di raggiungere il confine anche attraverso l’Ungheria. Ma le frontiere sono chiuse e transitare non è semplice. Vorrei solo riabbracciare mio figlio».
Si.P

