Crisi Ucraina, allarme export in Friuli Venezia Giulia: a rischio accordi commerciali per quasi mezzo miliardo di euro
TRIESTE Export in difficoltà a causa del potenziale blocco dei mercati e un interscambio da quasi mezzo miliardo con l’Ucraina a repentaglio. Le imprese del Friuli Venezia Giulia temono le conseguenze della guerra e anche le grandi opere sono a rischio davanti all’esplosione dei costi delle materie prime, perché il conflitto aggrava il quadro generato dalla crisi Covid. Le associazioni di categoria cominciano a fare i conti di un’altra stangata che può abbattersi sul tessuto delle pmi regionali.
«La situazione è drammatica – dice il presidente di Confartigianato Graziano Tilatti – perché questa crescita della violenza genera paura, con ripercussioni su tutta l’economia». Le merci in uscita dalle fabbriche del Fvg verso l’Ucraina hanno pesato per 53 milioni sulla bilancia commerciale del 2020, quando si è registrato un calo del 20% rispetto all’anno precedente a causa della pandemia. L’export è trainato dal settore arredo, seguito da quello dei macchinari, dei motori, dell’alimentare e degli articoli in materiali plastici. «Le nostre imprese rientrano nella filiera di chi poi esporta direttamente in Ucraina», spiega Tilatti, secondo cui «le conseguenze di quanto accaduto in questi giorni sono immediate».
Il Nordest esporta prodotti per 800 milioni in Ucraina: «Se possono sembrare cifre contenute – continua il presidente di Confartigianato – dietro c’è un tessuto di piccole e medie imprese, per le quali questi importi fanno la differenza tra la vita e l’impasse». E mentre c’è chi guarda con timore al futuro, ci sono imprenditori che hanno già vissuto l’esperienza dello stop a una voce importante del proprio bilancio a causa dell’instabilità del confine russo-ucraino. La Ilcam di Pierluigi Zamò produce pannelli per l’arredamento, ma i conti con la Russia li ha già fatti ai tempi dell’invasione della Crimea: «Nel 2014 gli affari sono crollati con le prime sanzioni, quando i russi hanno cominciato a produrre da soli. Ora non prevedo quindi conseguenze, ma sul piano generale vedo all’orizzonte solo guai economici e politici. Si creerà un nuovo stato d’ansia che bloccherà i consumi dopo le grandi difficoltà della pandemia». Ma l’export è solo una voce di un interscambio che sfiora il mezzo miliardo, grazie a 400 milioni di materiali importati. Vista dai costruttori, la nuova crisi rappresenta l’innesco di un ulteriore aumento del costo delle materie prime. Buona parte dell’acciaio utilizzato in Europa arriva da Russia e Ucraina, venendo impiegato a piene mani nell’edilizia e nelle opere pubbliche, che si stanno arenando. «I materiali – ragiona il presidente di Icop Vittorio Petrucco – sono aumentati del 20-30%: acciaio, energia, calcestruzzo, gasolio, materie plastiche. Molti lavori si sono impiantati. Cerchiamo di difenderci e speriamo il governo metta in sicurezza le opere pubbliche».
L’esecutivo intende coprire almeno una parte degli aumenti, ma con questo trend il valore degli appalti è destinato ad assorbire risorse che oggi non ci sono. Petrucco a Trieste ha in ballo la realizzazione del terminal logistico che sostituirà la Ferriera e la costruzione del Parco del mare: «Andrà tutto rivalutato, ritrovando equilibrio nei piani finanziari. Sull’acquario, stavamo risolvendo il piano con Costa e ora arriva questo problema: bisognerà aumentare il contributo pubblico per ritrovare un equilibrio». Le previsioni sono fosche rispetto al Pnrr: «Se le cose costano il 25% di più, farai il 25% delle cose in meno». Ma per Petrucco le sanzioni sono inevitabili: «Pagheremo il prezzo ma qualcosa va fatto. Davanti a un’invasione, non si può fare una questione di costi». —

