«Come ultime parole mi ha chiesto di stringerla». Lacrime per l’addio a Laura
PIOMBINO DESE. Troppo piccola la chiesa di Levada per contenere tutta la gente che ieri mattina si è stretta attorno alla famiglia Pavanetto e a quella bara bianca per la 39enne Laura Pavanetto, mamma di un bimbo di due anni. La donna, psicologa, è stata uccisa da un tumore che si è manifestato appena un anno fa. Anche la sera precedente, per la recita del rosario, moltissimi erano rimasti nel sagrato al freddo a pregare per Laura, per questa giovane vita la cui partenza ha lasciato tanto sgomento in chi la conosceva. Ieri per chi non ha trovato posto né in chiesa né sul sagrato è stata aperta la Sala Pio X, ugualmente gremita, in cui in streaming è stata trasmessa l’intera cerimonia.
Molti gli occhi lucidi per il tanto dolore: impossibile non piangere ascoltando la celebrazione toccante di don Davide Schiavon, ex parroco di Levada e oggi presidente della Caritas Diocesana. Forte la sua omelia dal punto di vista emotivo. E puntuale è stata la biografia di Laura, vissuta con il marito Alessandro, descritta da don Valentino Sguotti. Ad attendere l’arrivo della bara, colleghe, amiche, volontarie, e gente comune. Molti in mano avevano dei tulipani gialli, il fiore preferito da Laura, il nome che anni fa aveva dato al suo studio psicologico.
«Si è donata facendo entrare nel suo cuore moltissime situazioni di fragilità e sofferenza, superando schemi e pregiudizi, valorizzando sempre l’unicità e la sacralità di ogni persona. Il suo cuore era animato dal desiderio di bene per ogni persona, non si rassegnava a vedere delle situazioni irrisolte. «Ha saputo con la sua semplicità e spontaneità entrare in relazione, sempre in punta di piedi, con persone di età, cultura, religione diverse», ha ricordato un commosso Don Davide.
Straziante poi il saluto del marito Alessandro, prima della conclusione e della preghiera del donatore di organi, perché Laura ha donato le cornee: «In questi 11 mesi abbiamo riso, pianto, siamo caduti, ci siamo rialzati e un po’ alla volta mi hai mostrato come andare avanti. Mi dicevi che non dovevo occuparmi della tua malattia perché eri e sei molto più della malattia, per quello c’erano i medici e mi dicevi “canta e sorridi per nostro figlio ed io starò meglio più in fretta”».
«A lui insegnerò la gentilezza, ad essere onesto, i valori della vita e a prendersi cura di chi ha bisogno come hai fatto tu. Lo scorso lunedì, quando ci siamo salutati, mi hai regalato l’ultima delle tue perle: quando ti ho detto che ti stavi spegnendo, mi hai guardato negli occhi e mi hai risposto semplicemente: “E allora abbracciami”. Continuerò ad abbracciare il nostro piccolo, tanto piccolo ancora senza di te, specie quando farà buio e saremo ancora in tre».

