Cartelli stradali in italiano e friulano: «L’Arlef bocciò Casarsa e Pasolini»
PORDENONE. Si presenta in redazione con due cartelline piene di documenti. Una ha ben stampato, sopra, il simbolo della Regione.
Piero Colussi non è più consigliere, ma ha mantenuto memoria e animus pugnandi. E questa querelle sui cartelli stradali scritti anche in una lingua friulana in cui alcune comunità locali non si riconoscono non gli va giù.
Porta ricordi e documenti, Colussi: «Cito a titolo di esempio il caso di Casarsa» esordisce, dopo aver disteso sul tavolo una cartina con i confini linguistici di quella che abbiamo ribattezzato “la provincia di mezzo”, Pordenone. Anno 1957, autore Helmut Lüdtke, forse il maggior esperto mondiale di lingue neolatine, non proprio il primo che passa per la strada. Come si può immaginare, il confine linguistico tra friulano e veneto non coincide con quello territoriale.
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Casarsa, dunque: «Nel 2008 l’Arlef trasmise al Comune di Casarsa un elenco dei toponimi in lingua friulana comune e nella varietà locale di Casarsa, con l’invito a fare osservazioni per eventuali modifiche. E raccomandò che “nell’ortografia friulana i caratteri bandiera sono in particolare l’accento circonflesso e i digrafi cj e gj, da cui Casarsa della Delizia = Cjasarse, Cjasarsa (non Çasarsa o Ciasarsa”.
Peccato, però, che proprio Ciasarsa sia il toponimo usato dalla comunità e non solo. Per questo il Comune trasmise all’Arlef un corposo studio del professor Rienzo Pellegrini dell’Università di Trieste, nel quale si evidenziava che perfino Pasolini, che praticamente inventò il friulano di Casarsa dandogli dignità di scrittura, usava Ciasarsa il 95% delle volte e quasi mai Cjasarsa.
Pellegrini, come pure la professoressa Piera Rizzolati dell’Università di Udine, sollecitava la possibilità di un’azione di manutenzione e aggiornamento della grafia ufficiale redatta dal professore catalano Xavier Lamuela all’inizio degli anni Novanta. Niente da fare. L’Arlef respinse lo studio ribadendo la risoluzione grafica Cjasarsa/Cjasarse, anche sui cartelli d’ingresso al paese. Nulla di personale contro l’Arlef – prosegue Colussi –. Conosco bene il direttore William Cisilino e so quanto si impegni. Solo che sono attenti unicamente a tutelare la grafia ufficiale. Le esigenze delle comunità locali valgono meno di zero e, via Edi Pagnucco, non mi pare ci siano pordenonesi nell’Arlef, che dice no anche agli enti che rispondono alle mail sulle richieste di osservazioni, allegando studi corposi e col supporto di... Pasolini».
Sul tema è intervenuto anche il consigliere regionale Markus Maurmair. «La discussione sull’utilizzo a Pordenone del dialetto locale piuttosto che il friulano – ha dichiarato – può essere ben compresa, ma poco si può conciliare con la necessità di utilizzare una regola e una lingua che sia univoca e corrispondente alla necessità di salvaguardare e valorizzare una minoranza linguistica».
Di qui la proposta, «salvaguardando la nostra autonomia speciale, foriera di grandi vantaggi» di «una riflessione sull’opportunità di aprire a un approfondimento che porti a una concordia sulla definizione di toponimi che sappiano trovare la condivisione di chi vive un territorio ma anche la filologicità degli studiosi, cercando di eliminare il moltiplicarsi di nomi. Forse in passato – ha concluso Maurmair – si è guardato a questo argomento con una certa superficialità. Oggi è bene valutare con maggiore profondità un tema che evidentemente sta a cuore a tante persone». —

