Il basket pavese di ieri e oggi si inchina a Rosolen per l’ultimo saluto
SAN MARTINO. C’erano tanti amici e amiche venerdì mattina al funerale di Raffaele Rosolen, il patriarca del basket pavese, come qualcuno lo ha definito. Chiesa di San Martino gremita di ex giocatori e giocatrici di ieri e dell’altro ieri, per l’ultimo saluto a chi per 70 anni ha fatto la storia della pallacanestro sia maschile che femminile a Pavia.
La figlia Cristina, anch’ella ex giocatrice, alla fine commossa ha ricordato dall’altare come il sogno del padre fosse scrivere il libro della sua vita: «Il filo conduttore che porta tante persone ad essere qui oggi: la pallacanestro. Una quantità di anni difficile da contare, di luoghi e persone presenti fisicamente o, come in una matrioska, contenuti in altre vite. La colonna sonora che questo libro speciale avrebbe è il ritmo di una palla da basket che rimbalza, accompagnato dalle tue parole che risuonano in chi ti ha conosciuto».
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La figlia di Raffaele Rosolen lancia poi un appello: «Vorrei realizzare il sogno di mio papà attraverso i ricordi di chi lo ha conosciuto. Chi volesse contribuire alla stesura del libro, può raccontare qualcosa, magari datando, anche approssimativamente, l'episodio. Il libro gli verrà poi "recapitato" attraverso le voci di chi lo leggerà. La mia mail è rosolencristina0@gmail.com».
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Fra Massimo Corrado, Boesso, Fabio Di Bella, Provenzi, Dado Casinghini, Nicola Galli, Peo Migliorini e tanti altri c’era Bob Fiume: «Lele è stato una persona speciale per me. È stato il mio allenatore e con lui abbiamo vinto due campionati, partendo dalla serie D ed arrivando alla B. Burbero, ma di grande generosità, una brava persona».
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Tante anche le sue giocatrici, da Didi Gnocchi a Scamoni, Ferrante, Zambon, Trabatti, Manelli, Ficara, Nidasio, Paola e Grazia Ferrari. «Ci sentivamo protette – spiega Cristina Gandolfi – qualsiasi cosa facessimo sapevamo che c’era lui. Un anno a Besancon ci trovammo a dormire in un dormitorio insieme a tutti durante uno scambio. Rosolen, appena saputo, partì in macchina da Pavia ci raggiunse e ci spostò in un collegio con camere con bagno, Poteva essere duro, ma non si poteva non volergli bene». —
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