Bologna, soldi pubblici alla coop “rossa” senza requisiti: al Pd il conto da quasi 70mila euro. Lisei: «Sono un comitato d’affari»
Altro giorno, altro scandalo tra le schiere della sinistra. E soprattutto, altra cooperativa “rossa” che inciampa sui soldi pubblici con la stessa naturalezza con cui, da anni se non decenni, predica moralità amministrativa e superiorità civile. Solo quattro giorni fa esplodeva il caso torinese della coop da 11 milioni di fatturato legata all’universo di Askatasuna; oggi tocca a Bologna, dove la Corte dei Conti dell’Emilia-Romagna ha condannato la società Estragon, guidata dal dirigente Pd e organizzatore della Festa dell’Unità Manuele Roveri, a restituire 66 mila euro ottenuti indebitamente attraverso bandi pubblici. Stessa sorte per due dirigenti comunali, finiti nel mirino dei giudici contabili per non aver effettuato i dovuti controlli.
Più che episodi isolati, sembrano tessere dello stesso mosaico. Con una differenza: quando il circuito è quello “giusto”, le verifiche spesso diventano timide, o peggio inesistenti. Una cortesia istituzionale che il cittadino comune difficilmente sperimenta davanti a una cartella esattoriale.
Lisei: “Il Pd è un comitato di affari ormai”
Per il senatore di Fratelli d’Italia Marco Lisei, infatti, «non è un caso isolato, tutt’altro!», dice alle penne del Secolo. «Il partito democratico usa le istituzioni, le piega con prepotenza per asserirle ai propri interessi. È solo l’ultima di una serie di condanne, già l’anticorruzzione aveva condannato il Comune su mense scolastiche, il Tar ha bocciato la città 30 ed un bando di un circolo sportivo, il Tribuale civile su un altro circolo, ora c’è la Corte dei Conti».
Poi l’affondo: «Non è normale che una società gestita da chi organizza le feste del partito democratico abbia appalti ed è gravissimo se addirittura illegittimamente. Purtroppo il partito democratico è questo e se vincesse a livello nazionale farebbero anche peggio, sono un comitato di affari ormai».
I bandi culturali e i tributi dimenticati
La vicenda nasce da un esposto presentato nel 2023 da Fratelli d’Italia. I consiglieri Manuela Zuntini, Francesco Sassone, Fabio Brinati e Felice Caracciolo e Stefano Cavedagna — oggi eurodeputato — avevano segnalato presunte anomalie nei bandi Incredibol, Bologna Estate e Progetto Licc, riservati esclusivamente a soggetti in regola con il pagamento dei tributi comunali. Ed è qui che, per usare un vecchio modo di dire, casca l’asino.
Secondo la Guardia di Finanza, la cooperativa presieduta da Roveri avrebbe accumulato debiti per Tari, Tares e Tarsu oscillanti tra i 30 mila e i 44 mila euro. Non proprio una dimenticanza da spiccioli. Eppure, nel frattempo, i contributi pubblici arrivavano regolarmente dal Comune guidato dal sindaco di sinistra Matteo Lepore. Il totale? «Un danno erariale per il Comune pari a quasi 70 mila euro». Anche stavolta, insomma, «la denuncia di FdI era fondata», affermano Cavedagna e Zuntini.
La Corte dei Conti parla di “dolo”, parola pesante nei tribunali amministrativi. Nel dispositivo si legge che sarebbe stato dichiarato «il falso» da chi era «pienamente cosciente della propria situazione». I giudici ricordano inoltre che per partecipare ai bandi era necessario dichiarare «sotto la propria responsabilità, di aver preso visione e di possedere i requisiti di partecipazione a pena di esclusione». Per la Corte, il comportamento sarebbe stato «provato documentalmente» e reiterato nel tempo.
Anche il Comune rosso finisce sotto accusa
La questione, però, non riguarda soltanto chi ha ricevuto i fondi. Perché la magistratura contabile ha deciso di colpire anche chi avrebbe dovuto vigilare. Osvaldo Panaro, ex direttore del Settore Cultura e Creatività del Comune di Bologna, dovrà versare 11 mila euro. Giorgia Boldrini, che gli è succeduta, è stata condannata a pagarne 22 mila.
Ed è questo il punto politicamente più delicato. Non il singolo errore, ma il sospetto di un ecosistema dove il controllo amministrativo cambia intensità a seconda del cognome, della tessera di partito o della compagnia frequentata. A Bologna il sistema cooperativo progressista rappresenta da decenni molto più di un modello economico: è una rete di relazioni, potere culturale e reciproca protezione. Una macchina rodata che, quando necessario, sembra capace perfino di considerare opzionali i requisiti previsti dai bandi pubblici.
La rivincita
Cavedagna e Zuntini ora rivendicano il lavoro svolto: «Ancora una volta gli esposti di Fratelli d’Italia risultano fondati. Ancora una volta la Corte certifica come la gestione delle risorse pubbliche avvenga senza il rispetto delle norme e soprattutto contro l’interesse della città». Negli ultimi mesi le decisioni delle autorità «stanno evidenziando in modo inequivocabile come a Bologna esista un tema di cattiva amministrazione» da parte della sinistra. «Continueremo a evidenziare e portare alla luce tutto quello che riteniamo doveroso far emergere nell’interesse della città e crediamo che anche i cittadini debbano iniziare ad interrogarsi su quali siano davvero gli interessi che muovono la Giunta Lepore, perché sempre più spesso non sembrano coincidere con l’interesse pubblico».
Del resto, nella sinistra nostrana esiste ancora una curiosa convinzione: i soldi pubblici sono sacri, purché finiscano nelle mani giuste.
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