Biennale, Giuli e Buttafuoco: la destra che ruba la scena alla sinistra
Sono seriamente divertito dalla querelle Buttafuoco-Giuli sulla Biennale. Ho amistà: con l’elevato Pietrangelo, ho condiviso il genius loci della nascita, la Libreria del Mastro (lui vendeva, io assessorucolo acquistavo), il suo zione penato missino, il praticantato napoletano al “Roma”, nel tempo che fu. Di Alessandro, non apprezzai le giovanili oche anti-finiane, oggi lo stimo: ha altezza, zaino e bastone per fare, come fa, “con disciplina e onore”, il cambio lento del ministero sinistro dove (W il cinema della libertà!) il film sorpassò la realtà: soldi “red” andarono pure al “regista assassino” di Villa Borghese. E poi quell’Antonello da Messina scippato alle aste vale più di ogni. “A Pietrangelo ho mandato un messaggio qualche giorno fa, ma lui non mi ha ancora risposto”. Gli risponde, gli risponde: quid velit et possit rerum concordia discors.
La Biennale è quel che fu: tradizione di critica, polemica, lite; senza righe e senza nomos. Libera da schemi. Dal 1893 ad oggi, regalò zuffe e scandali: le edizioni di Grosso, di Picasso, dei dissidenti russi, della bomba (vera) sessantottina; di questa nostra, resterà la destra che governa contro la destra delle arti che fanno un inedito centro di reciproche confutazioni, accerchiato da tamburi e proteste degli opposti estremi. Una dialettica goduria.
Da Berto a Buttafuoco: gli intellettuali “di destra” non sono “della destra”
Allora, i destri governisti sono contro i Lavrov, i destri libertari no. Il fronte del progresso non sa che pesci: avrebbe voluto il contrario; invece il nero di seppia eiettato dalle due destre, lo sbanda, lo spinge fuori dalla proprietà della cultura. Neppure fosse stata apparecchiata, la batracomiomachia avrebbe raggiunto sta vetta di casinismo arrapante. Ma io che non ascendo le cime erudite dei duellanti, mi sono segnato tre notazioni. La prima: la destra sa che gli intellettuali “di destra” non sono “della destra”, figurarsi se poi la destra è Stato: il peggio che potesse loro capitare; meglio celiare dell’araba fenice che metterla in gabbia. Insomma, loro sono carne umana sciolta. Da sempre. E che, Giorgio Almirante poteva regimare il commilitone Giuseppe Berto – sì lui il polemico anti-establishment moraviano, che poi andò in cima a tutto col suo splendido “Male oscuro” – nonostante il comune “cielo rosso” africano ? O Romualdi poteva sussurrare qualcosa al sublime Alberto Burri – in Biennale espose i suoi irriverenti, celebrati “sacchi”, negandone l’acquisto a Gianni Agnelli – che pure era stato un non cooperatore prigioniero in Texas, come Berto ? Pino gli trafugava i cretti per la copertina della sua rivista, l’Italiano; poi muto. E Gianfranco Fini che poteva su Veneziani mandato in cda Rai ? Non ci provava neppure.
Un duello in libertà che attrae e crea discussione
Le teste d’uovo della destra sono della destra che hanno in testa loro; della destra di se stessi, ben poco dell’idea che ne hanno gli altri. Sono partite iva, non dipendenti della “droite”: hanno il franchising, svincolati da doveri e poteri, incluso quello che li manda lì dove sono. Sì, ci sono i destri non rumorosi, in stile Campi, Lanna, Rossi G. e G.S., Settecolori: pensanti&amanuensi, in conto destra, fuori dalla vetrina luccicante della destra; più produttori che vocianti. E ci sono anche quei prof, non progressisti, che ai destri suggeriscono senza sequela: modello Galli della Loggia (merita più attenzione) e Tarchi (è una risorsa). Ecco, vi ho spiegato Buttafuoco and brothers, di recto e di verso: non giudicate. Il “pacco”, contiene il genio irregolare che sapevamo, fin dall’inizio: prendere o lasciare; preso, ora ve lo dovete tenere. Secondo: com’era la storia della destra carrarmata, uniforme, censoria, edittale, orba di sussulti dialettici, chinata alle potenze del sopra-segretario di Chigi ? Siete belli e serviti.
La destra che “contesta” la destra oscura la sinistra
La Biennale della destra è sale, non zucchero filato: il gusto delle Biennali migliori; dito nell’occhio ai borghesi pasciuti di mostre orfane di stress emotivi, ora costretto all’ iliade della laguna, alle mura della cittadella dove la destra guerreggia con la destra; ed espropria la sinistra, che si sbatte sbandata tra i giudizi contrapposti di Sensi, Cacciari e Manifesto.
Figuratevi, poi gli scompigli tra foglianti di Ferrara e Cerasa (ma Giuliano ha scelto Giuli) che figliarono ambedue gli amici che ora fanno i nemici. Insomma, sulla “rive gauche” non tripudiano della destra che gioca a contestare la destra: oscurati e flosci, sermoneggiano, flottillano; o sorseggiano le pedanterie di Carofiglio e la fiele di Montanari. Infine: come e perché la penso io ?
Lavrov, Travaglio, Navalny e la Ragione europea
Io credo nella Ragion di Stato. Sono per la “salus rei publicae suprema lex esto”. Odio le congetture eurasiche, la civiltà inesistente “da Lisbona a Vladivostock”, il duginismo, la duma italica. Non abbocco né a Travaglio, né a Di Battista; neppure al Salvini incursore. Mi guardo e riguardo da Vladimir, erede dei compilatori zaristi dei protocolli antisemiti di Sion; liquidatore di Alexei Navalny, Anna Politkovskaja et cetera. Diffido della rampolla del rampollo di Gromiko. Sono per la ragione della Ragion di Stato; sto con la presidenta europeista che protegge il ministro suo e sculaccia appena, senza maledirlo, il pupo in libertà – suo anch’esso – che la fa fuori dal vaso. Il giardino di pace pietrangelesco è un giardino di guerra tra destri. Ma che destra, che stupefà la sinistra e tiene Venezia, Venezi, Veneziani!
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