Hormuz, il nucleare e i conti che non tornano: perché il caro carburante non è una sorpresa
Il prezzo del petrolio è tornato a fare paura. E come sempre accade, la politica si divide tra chi cerca colpevoli nell’immediato e chi prova a capire davvero cosa sta succedendo. Proviamo a farlo, con qualche dato storico che dovrebbe essere patrimonio comune ma che spesso viene dimenticato con straordinaria convenienza.
Dal 1973 a oggi il petrolio ha sempre reagito allo stesso modo: quando la geopolitica incendia i punti nevralgici della produzione o del transito, il prezzo corre. Accadde nel 1973-74, con la guerra del Kippur e l’embargo OPEC, quando il greggio passò da 3 a 12 dollari al barile in tre mesi: più 302 per cento. Accadde nel 1979-80, tra rivoluzione iraniana e guerra Iran-Iraq, quando si andò da 13 a 38 dollari. Accadde nel 1990-91, con l’invasione irachena del Kuwait, da 17 a 40 dollari in pochi mesi. Accadde nel 2007-2008, complici la domanda cinese in esplosione e la speculazione finanziaria, quando il Brent toccò 146 dollari. Accadde nel 2020, quando la pandemia Covid invertì la rotta e il petrolio crollò fino a valori negativi — letteralmente, qualcuno era disposto a pagare pur di non onorare i contratti d’acquisto già firmati. Ed è accaduto di nuovo nel 2021-2022, quando la guerra Russia-Ucraina portò il greggio da 65 a quasi 140 dollari, con le conseguenze che tutti ricordiamo sulle bollette europee.
Quella in cui ci troviamo oggi non è dunque la crisi energetica più grave della storia. È una delle crisi cicliche che accompagnano la dipendenza dell’Occidente da fonti esterne. Il punto è un altro: questa dipendenza non è un caso della natura. È il risultato di scelte politiche precise, compiute nel corso di decenni.
Gli errori che ci hanno reso vulnerabili
La nostra esposizione alle crisi energetiche esterne è figlia di una serie di scelte — o meglio, di non-scelte — che si sono accumulate nel tempo. A cominciare dal referendum sul nucleare, dove la politica ha dato il peggio di sé: invece di spiegare con onestà agli italiani le conseguenze reali di un no, ci si è limitati ad alzare bandiere d’allarme. Nessuno ha avuto il coraggio di dire chiaramente che rinunciare al nucleare avrebbe significato restare in balia di ogni crisi energetica esterna. Lo sappiamo adesso, sulla nostra pelle. Nel frattempo la Francia, nostra vicina di casa, produce ancora circa il 70 per cento della propria elettricità grazie all’atomo. Abbiamo poi progressivamente desertificato la nostra capacità di raffinazione. Abbiamo combattuto i rigassificatori. Abbiamo ostacolato il TAP, il gasdotto transadriatico che oggi si rivela invece una infrastruttura strategica. E ci siamo legati mani e piedi al gas russo, trasformando Mosca nell’unico fornitore principale in un’epoca in cui la geopolitica avrebbe dovuto suggerire esattamente il contrario.
Tutte queste battaglie avevano una loro narrativa. Ma nessuno ha spiegato abbastanza chiaramente agli italiani il conto che avremmo pagato.
Hormuz non era un’improvvisazione
Vale la pena soffermarsi sulla questione dello Stretto di Hormuz, perché svela una logica che va ben oltre la contingenza. Quando il 7 ottobre 2023 Hamas lanciò il suo attacco contro Israele, molti si affrettarono a parlare di sorpresa, di imprevedibilità. Ma quella operazione era pianificata. L’instabilità del Medio Oriente — con Hezbollah nel Libano meridionale, gli Houthi nel canale di Suez, il riarmo sistematico di Hamas con tunnel e missili — non era un processo spontaneo. Era una costruzione deliberata.
Del resto, il meccanismo della pressione strategica sulle rotte energetiche era già stato collaudato più volte: gli attacchi degli Houthi al traffico commerciale nel canale di Suez avevano dimostrato con chiarezza quanto bastasse la minaccia su un singolo punto di transito per destabilizzare i mercati globali. Hormuz era il passo successivo, quello di scala maggiore, già pronto.
E pronta era anche la strategia della minaccia su Hormuz. L’Iran la teneva in serbo da anni, come carta da giocare al momento opportuno. Il giorno in cui Teheran avesse raggiunto la capacità nucleare, quello Stretto sarebbe diventato automaticamente uno strumento di pressione insostituibile — e la minaccia si sarebbe trasformata in certezza. La sua chiusura, o anche solo la sua evocazione credibile, ha il potere di paralizzare i flussi energetici globali. Non ci siamo trovati qui per caso.
Cosa ha cambiato questo Governo
Questo Governo ha ereditato una situazione di estrema vulnerabilità energetica e ha scelto di affrontarla con una strategia di diversificazione delle fonti. Il risultato è che oggi l’Italia è tra i Paesi europei meglio posizionati per capacità di stoccaggio e sicurezza degli approvvigionamenti di gas: un risultato che non è frutto del caso, ma di accordi, infrastrutture e politica estera attiva. Il piano Mattei per l’Africa va esattamente in questa direzione.
Di fronte alla crisi attuale — originata dal conflitto in Medio Oriente e dall’instabilità dello Stretto di Hormuz — la risposta è stata tempestiva e articolata: riduzione delle accise su benzina, gasolio e GPL con una diminuzione attesa fino a 25 centesimi al litro, misure contro la speculazione con obblighi di trasparenza per le compagnie petrolifere e il presidio della Guardia di finanza sull’intera filiera, crediti d’imposta per autotrasporto e pesca. Una sequenza di interventi d’urgenza — dal decreto 33 fino ai successivi provvedimenti sul caro carburanti — ha seguito in tempo reale l’evoluzione della situazione.
È la risposta giusta? È sufficiente? È tutto quello che si può fare in un’emergenza, con i vincoli di bilancio che esistono e senza una bacchetta magica. Ma il punto vero è un altro: se vogliamo non trovarci in questa situazione nel prossimo decennio, le energie rinnovabili sono certamente un percorso necessario, ma da sole non bastano. Ogni volta che l’energia dipende da rotte instabili, da regimi ostili o da fornitori esterni, il prezzo alla pompa diventa una variabile geopolitica. Per questo la sicurezza energetica non può essere affidata solo alla diplomazia dell’emergenza. Serve una base produttiva interna, stabile, programmabile: rinnovabili dove possibile, nucleare di nuova generazione dove necessario. Senza questa combinazione, resteremo comunque esposti alle oscillazioni dei mercati internazionali e alle crisi geopolitiche che li determinano. Tutto il resto — accise, crediti d’imposta, decreti d’urgenza — è gestione dell’emergenza. Necessaria, doverosa, ma non strutturale.
La prossima crisi è già in preparazione da qualche parte nel mondo. La domanda è se ci troverà ancora vulnerabili o finalmente attrezzati.
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