Roberto Saviano: «Seguitemi nell’abisso»
«Mani che scambiano soldi, che sparano, mani che scrivono contro tutto questo». Sono «Le mani sul mondo» di cui parla Roberto Saviano nel suo nuovo podcast, disponibile su Audible da lunedì 21 settembre, che racconta la storia di quanti si sono opposti alle mafie e alla criminalità organizzata anche a costo della propria vita. «Il titolo è un omaggio a Rosi: Le mani sulla città, un film bellissimo», ci spiega lo scrittore. «La mano è lo strumento che rende possibile il dominio, ma anche la lotta al dominio tramite la scrittura. E la cover di Gipi rende subito chiaramente l’idea: mi ha disegnato di spalle che guardo le macerie. E anche quello ha un significato preciso. Io do le spalle al pubblico e il pubblico può solo decidere se seguirmi nelle macerie».
Quasi un viaggio nell’orrore.
«Esatto, proprio così: è l’abisso. O vieni con me o non ti lascio sul perimetro. Non è possibile rimanere un passo indietro».
Perché ha deciso di fare un podcast?
«Il podcast sono convinto essere in assoluto in questo momento lo strumento più vicino alla scrittura, alla scelta letteraria perché ti permette di conservare tutta la potenza e la profondità della parola, dentro la stessa facilità del video. Mi è sembrata la naturale evoluzione della mia scrittura e del mio piacere. Lo spazio naturale per continuare il mio lavoro».
Il potere delle parole, invece, sui social network spesso viene usata per ferire.
«Il podcast non ha bisogno delle regole compulsive che ha il social. Il social tende a una costruzione per cui la differenza che fa l’utente la fa, spesso, utilizzando un frasario di aggressione, o il sarcasmo, che è l’anima di Twitter, l’istantaneo intervento. I podcast vincono perché riescono ad avere tempo e quindi approfondimento. Tu puoi creare quel tipo di aggressività, quel tipo di ciarpame, di banalità, di insulto, solo nel breve tempo, solo in uno spazio veloce».
A proposito di violenza, come interpreta la vicenda di Willy Monteiro?
«È una vicenda di miseria, in un territorio senza risorse, dove l’aggregazione dei ragazzi avveniva fuori dai locali, per scassarsi d’alcol o scassarsi di erba. Questo ragazzo non stava facendo nessuna delle due cose, ma è intervenuto a dividere, a salvare un ragazzo da un’aggressione. E ti dimostra che queste periferie stanno vivendo una situazione di degrado immensa. Questi ragazzi hanno agito criminalmente, hanno chiaramente un dna criminale, vivono al di sopra del lavoro che dichiaravano di fare. È il racconto di un paese che si sta letteralmente svuotando di umanità. Parlo proprio di investimento in umanità. Diventa sempre più difficile pensare che il tuo talento ti porti a un lavoro onesto, o che lavorando duramente riuscirai ad avere il tuo stipendio, la tua vita. Contano sempre di più l’amico, l’amante, la politica per farsi proteggere. Io ci ho visto anche questo, non solo una vicenda legata al razzismo. Questi sono dei criminali, che vivono in un contesto criminale, in una provincia dove le persone non hanno denunciato perché sapevano bene che questa era una banda, non ragazzi che si erano trovati lì per strada. E avevano paura delle ritorsioni».
Un’altra vicenda che ha colpito molto l’opinione pubblica è quella di Caivano: l’Italia è un Paese intollerante?
«Quella storia ha una dinamica simile sai in che misura? Si consuma a Parco Verde. Parco Verde, di cui tra l’altro parlo lungamente in Gomorra, è un inferno assoluto. Parco Verde è già stato protagonista di uno stupro continuativo di una bambina, Fortuna. Un luogo di disperati che la camorra ogni tanto usa come corrieri per la droga, per fare i pali, per fare dei “servizi”, come si dice in gergo. Ma li considerano spazzatura. Quindi, disperazione totale, disoccupazione, ignoranza e, non solo lo Stato che non c’è, ma non c’è manco la camorra. E, se tu togli l’attività criminale da Parco Verde, hai distrutto tutti i guadagni di queste persone. Anche in questo caso, che sembra una storia di assoluta violenza familiare – e lo è -, ci si dimentica dove nasce. In un luogo – e non sto usando un’iperbole né un’esagerazione da provocazione – paragonabile ai ghetti giamaicani, alle periferie di Teheran, alle favelas ma neanche tutte: ci sono favelas molto più strutturate di Parco Verde. Mi dispiace sempre che queste tragedie non ci aiutino a vedere la ferita per intero. Invece, ci chiudiamo sulla vicenda in sè, ed è gravissimo: sul fratello, sull’omofobia… L’omofobia nasce in un contesto violentissimo, di grande ignoranza e dove la comprensione dell’altro è sempre dentro una dinamica di guerra. In questo caso la persecuzione su un ragazzo che sta facendo transizione per diventare ragazza si scontra con un livello di miseria e di ignoranza generata dal ghetto. Una miseria che noi continuiamo a ignorare, e nessuno fa niente».
E la politica che potrebbe fare, a volte usa lei stessa parole violente: ci sono responsabilità della dialettica scelta dalla politica?
«Sicuramente sì. Per esempio nel caso di Willy, il suo essere di pelle nera probabilmente ha generato nei ragazzi un senso di impunità. Cioè, in un mondo in cui la politica chiama gli immigrati “questi invasori che vengono qui”, la continua delegittimazione e insulto avranno fatto pensare “posso tutto”. La politica è responsabile certamente di questo, ma la politica è responsabile dell’assenza completa di presenza, risorse, controllo. Mancano sempre soldi, per qualsiasi cosa. È come il budget delle aziende: fuori budget, non c’è budget. Questa mancanza continua di risorse, di impegno, è poi suggellata da un’argomentazione rancorosa e violenta verso le questioni migratorie. Io ricordo, ma non ce n’è bisogno, che tutto quello che racconta per esempio Salvini lo fa dentro una declinazione violentissima e piena di menzogne che va sempre a colpire il migrante in quanto individuo, non il fenomeno migratorio. Lui cerca di mitigare tutto questo abbracciandosi persone nere, come a dire non ce l’ho con la persona nera, ce l’ho col clandestino, con chi porta i clandestini. Chiaramente è una messa in scena: il suo obiettivo è mettere il mirino sull’immigrato, terrorizzare la gente, ma non fa nulla realmente per cambiare le cose. Come quando poteva, per esempio con il trattato di Dublino che sanciva l’accoglienza del migrante nel posto di primo riconoscimento. La Lega non si è mai presentata per riscrivere Dublino. Perché? Perché non ha alcun interesse. Ha un unico interesse: usare questa storia come propaganda. E quindi il ragazzo africano che si abbraccia per lui è solo un modo di dire “non è un problema di pelle”. In realtà è un problema di pelle, solo che quelli che ti amano tu in qualche modo li rendi bianchi. Il nero che ti abbraccia diventa un non-nero, un non-immigrato e può essere utile al tuo gioco di sembrare antirazzista. Non lo sei per niente. È il contrario. Ecco, per arrivare alla domanda: la responsabilità della politica è enorme».
E quella dei social network?
«Ti danno uno schermo, per cui tu puoi dire tutto. La cosa che colpisce, leggendo le indagini di Snowden, è che tu, proprio perché puoi dare fondo a tutto, fai uscire tutto quello che hai dentro di te. E fa male vedere che la maggior parte di noi ha dentro una valanga di merda, di rabbia, di insofferenza. Esempio tipico: una ragazza posta una foto di lei in costume, mentre beve una bibita. E sotto: “Vergognati, hai le smagliature”. Com’è pensabile? La risposta dell’esperto è che è pensabile perché c’è uno schermo. E cose che non diresti mai vis à vis, perché ti imbarazzano, hai fastidio, hai paura, con lo schermo le dici. Benissimo. Domanda: ma perché le stai pensando tu queste porcherie? Davvero stai pensando di insultare una ragazza così, per esempio? Come ci siamo ridotti a essere questa feccia? E la risposta è abbastanza chiara: il capitalismo, dentro una competizione perenne e distruttiva che ci sta consumando, non poteva che essere quello. Rincorriamo ogni giorno i salari sempre più bassi, e un lavoro che ci sta scaricando ogni tipo di energia. Io sono stato tanti anni negli Stati Uniti dove gli affetti, la famiglia sono considerati delle zavorre totali alla realizzazione di sé. Anzi, ti vincolano, peggiorano il tuo percorso di mobilità dentro l’azienda. Questo è il mondo in cui ci troviamo. Una società velocissima, viziata, drogata, mangiata dalla competizione, dall’odio dell’uno verso l’altro… Però fingiamo di volerci bene dentro la formalità dei rapporti. Questa cosa ha generato questa società e il web ne è semplicemente specchio. Ma la mia domanda è: perché stai provando quest’odio? Perché hai bisogno di insultare una persona spesso fragile e innocente? Pensi che tutto questo possa portarti del vantaggio? È come si usava descrivere l’invidia: l’invidioso è colui che pensa che bevendo un bicchiere di veleno uccide la persona che sta odiando. Esattamente questo è l’odio sui social network: tu pensi che riempiendo la bocca di fiele la persona dall’altra parte peggiora ai tuoi occhi, e quindi tu dovresti migliorare».
Tornando al podcast: ci sono tante storie, distanti tra loro geograficamente, per esempio quelle di Riina ed Escobar. Cosa le accomuna? Dove si trovano le radici del male?
«La storia di Riina ed Escobar ha un punto in comune: il terrorismo contro lo Stato. Riina ed Escobar sono due criminali che affascinano i giornalisti, ma che sostanzialmente il mondo criminale considera feccia. Perché loro con le loro scelte malsane, individuali e politiche, hanno distrutto le loro organizzazioni. Riina fa attentati invece di delegittimarli. Escobar, invece, bombarda il parlamento con i carri armati per impedire che venisse realizzata la legge sull’estradizione dei boss negli Stati Uniti. Riina fa saltare in aria un’autostrada e ammazza giornalisti e poliziotti. La loro strategia è “la violenza paga sempre”. E questo è vero: perché la violenza è veloce, velocissima e quindi paga. Ma nel piccolo periodo, sul lungo periodo non paga mai. Riina ed Escobar hanno comandato per molto tempo, con una scelta sanguinaria e questo li accomuna. Entrambi hanno costruito degli imperi miliardari. La differenza è che Escobar ne ha goduto – ville, donne, piaceri, coca – Riiina assolutamente no: la cena in una piccola casa, una sola donna per tutta la vita, il fastidio enorme per gli uomini che erano fedifraghi o non avevano scelto la monogamia… Ricordiamoci che, prima degli Anni Ottanta, non potevi essere affiliato a Cosa Nostra se andavi a prostitute, se tradivi tua moglie e se i tuoi genitori erano divorziati. La radice del male dov’è? Quando tutto questo armamentario culturale, anzi questa subcultura si innesta sul guadagno. Sul meccanismo del voto. Escobar e Riina poi sono due grandi capitalisti: investono in attività legali, portano milioni di voti ai governi che li sostengono. Insomma, io cerco con il podcast di raccontare due vite così diverse e così secanti. Ciò che li unisce è proprio la rete economica e culturale: profitto, profitto, profitto. Le tre leggi delle organizzazioni criminali. C’è solo guadagno, ma dentro delle dinamiche culturali tutte particolari: quelle messicane, salvadoregne, quelle italiane, francesi, quelle russe».
A proposito di Russia, Alexei Navalny è l’ultimo che «non si è fatto i fatti suoi»?
«È proprio questo. Il regime putiniano è un borgo di violenza. Nel podcast io racconto di Anna Politkovskaya, una donna che ha pagato un prezzo elevatissimo. Una donna uccisa perché non si poteva fermare in altro modo. Quella di Navalny è la stessa situazione in forma diversa: stiamo parlando di un attivista e non di un giornalista e, quindi, tutti lo credevamo un po’ più protetto. Putin doveva far finta di rispettarlo per mostrarsi un sovrano democratico, ma invece si vede che hanno pensato di poterlo eliminare facilmente. Anche Anna fu avvelenata e riuscì a sopravvivere. Anche lei non riuscì ad avere le analisi del sangue… Gliele presentarono tutte sballate. Il regime putiniano è un regime che in questo momento influenza molto l’Europa. I partiti populisti sono tutti sostenuti da risorse ideologiche ed economiche russe e lui, Lavalny, potrebbe aiutare molto il racconto di quello che stanno facendo i russi alla dissidenza».
IL PODCAST
Dal 21 settembre arriva in esclusiva su Audible, società leader nel settore dell’audio entertainment di qualità (audiolibri e podcast), Le mani sul mondo, il podcast Audible Original di Roberto Saviano. Giovanni Falcone, Paolo Borsellino, Anna Politkovskaja, Dafne Caruana Galizia, Don Peppe Diana sono alcune delle vite che il podcast racconta, ricordando il loro coraggio e la loro coerenza, pagati a caro prezzo. Articolato in tre sezioni – la storia degli eroi che si sono opposti alla mafia, la vita dei grandi boss e le organizzazioni criminali internazionali – “Le mani sul mondo” è strutturato in 24 puntate da 30 minuti ciascuna. Si può ascoltare qui.