Famiglie d’oro, il segreto dei trionfi di Tokyo 2020
Famiglie a cinque cerchi, famiglie d’Italia. Mamme, papà, nonni, sorelle e fratelli, mogli, mariti, fidanzate, compagni. Hanno vinto anche loro. Anzi: hanno vinto prima che qualcuno vincesse per loro e con il gesto supremo della gratitudine li celebrasse. Mai come in questa Olimpiade c’è stata la famiglia, una famiglia moderna, fresca, variegata – al centro di ogni trionfo. Mai c’è stata l’idea che non ci si salva mai da soli, e neppure si vince.
Da Marcell Jacobs a Irma Testa, da Fausto Desalu a Lucilla Boari, da Luigi Busà a Antonella Palmisano: le medaglie azzurre hanno storie familiari, affondano le radici all’inizio di un percorso che è sempre condiviso, raccontano di anni di sacrifici fatti in silenzio, guardandosi negli occhi, sognando che arrivasse un giorno così, a risarcimento di tutta una vita.
L’orgoglio di Veronica Desalu, la mamma del velocista Fausto – oro nella 4×100 – che ha tirato su il figlio insegnandogli «il rispetto e l’integrazione, perché fin da piccolo il mio Faustino sa cos’è la fatica». La forza di volontà di una mamma che – da sola, partendo dalla Nigeria – ha cresciuto suo figlio e nelle ore del trionfo ha declinato svariate offerte televisive per il senso del dovere: lavora come badante, non se la sentiva di lasciare solo l’anziana cui ogni giorno fa compagnia.
La dignità del padre di Francesco Lamon, l’apripista nell’inseguimento a squadre che ci ha regalato l’oro, quando racconta di non aver potuto seguire la gara del figlio perché impegnato al lavoro e, commosso, svela che i colleghi l’hanno portato di peso davanti a una tivù. Gli slanci di gioia di Alice, la fidanzata di Simone Consonni (oro nell’inseguimento a squadre), ciclista pure lei.
Genitori che lavano tute, stendono ad asciugare calzini e sogni, raccolgono medaglie e sogni adolescenti. «Papà ce l’ho fatta!!!», così ha urlato Luigi Busà, iniziato al karatè dal padre Nello, a 13 anni, quando pesava 94 chili e si sentiva l’ultimo ragazzino del mondo. «Solo mio padre vedeva in me qualcosa di speciale», ha raccontato Luigi.
La mamma di Marcell Jacobs, Viviana Masini, che si è lasciata alle spalle il Texas e un marito ed è tornata in Italia, per crescere da sola suo figlio. Il papà di Filippo Tortu – Salvino – che è anche il suo allenatore e che più di tutti – nei momenti bui – ha avuto fiducia nelle possibilità del figlio; la mamma della marciatrice Antonella Palmisano che ad ogni gara – esiste forse un gesto più bello? – le confeziona un fiore di feltro per fermare i capelli.
Le famiglie sono anche quelle che ci scegliamo. La gioia infinita dell’arciera Lucilla Boari che – con al collo la medaglia di bronzo – a Casa Italia vede il video che le ha inviato Sanne de Laat e un amico d’infanzia, si commuove e fa coming out con una tenerezza che disarma: «Lei è Sanne, la mia ragazza». La commozione di Irma Testa quando – tornata a Torre Annunziata – stringe nell’abbraccio il suo maestro, Lucio Zurlo, lo prende per mano e se lo coccola.
Famiglie italiane, larghe di generosità, allargate per la volontà di (con)dividere quello che si è vissuto, nell’ora della gloria voltarsi indietro e ricordare che 100 metri durano una vita, quando si parte da molto lontano, ma possono essere un brivido di estasi pura, se c’è qualcuno a spingerci, tenerci la mano, guardarci quando stacchiamo l’ombra da terra.