Soul Station, l'anima black del frontman dei Kiss: la recensione
Che Paul Stanley avesse un songwriting, un approccio alla forma canzone differente rispetto ai tradizionali compositori hard rock o heavy metal lo si era intuito nel corso dei decenni della carriera dei Kiss. Il modo di cantare, le tonalità scelte per per interpretare i brani e soprattutto lo stile di scrittura lasciavano intendere che tra le sue influenze principali non c'erano solo i Led Zeppelin o Jimi Hendrix. Basti citare il funk mood di brani Sure Know Something, la smooth ballad Hold me touch me, gli echi disco music di What makes the world go round o le backing vocals di Silver Spoon dall'album Hot in The Shade.
Now and Then l'album pubblicato con la sua creatura, i Soul Station, chiarisce definitivamente il punto. Il disco infatti è un evidente e ben riuscito omaggio al soul e al sound della Motown. Un omaggio tra remake e brani originali. Il risultato è un lavoro sorprendente ben suonato e ottimamente registrato. Un album, intriso di "vintage black music" lontano mille miglia dall'arena rock, e che alla batteria vede un altro Kiss, ovvero Eric Singer.
Funzionano indubbiamente i remake come Could It Be I'm Falling In Love dei The Spinners piuttosto che Let's stay together di Al Green, Just my Imagination dei Temptations, Track of my tears di Smokey Robinson o You are everything degli Styistics. Ma la cosa migliore del disco sono due brani nuovi di zecca scritti da Stanley: Save me (from you) e Whenever you're rady (I'm here), praticamente perfetti nella melodia, nella scelta dei suoni, degli arrangiamenti e del modo di interpretarli. Due perle soul/r&b che negli anni Settanta avrebbero sbancato le classifiche e la programmazione radiofonica.