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L’alternanza scuola-lavoro specchio di una scuola da rifare

Dopo quasi due anni di proteste per eventi sempre legati alla pandemia e, per quanto riguarda la scuola, soprattutto contro la reiterata Dad, ieri gli studenti sono tornati a farsi sentire in numerose piazze. Per ricordare che i loro problemi non sono solo legati al Covid e che, anzi, sarebbe un ulteriore effetto collaterale del virus pensare che sia così.

Il motivo delle manifestazioni è stato il ricordo di Lorenzo Parelli, lo studente friulano travolto la scorsa settimana durante il suo ultimo giorno di stage in azienda. Proprio Udine è stato il centro della protesta che poi si è diffusa a Milano, Torino, Roma e Napoli e tante altre città italiane. Si è trattato di moti studenteschi che, dopo tanto tempo, hanno visto scontri di piazza tra studenti e forze dell’ordine.

C’è stata tensione, ci sono stati feriti. Che si condividano o meno i modi di protestare degli studenti, è necessario interrogarsi sui temi avanzati dalle piazze di ieri, affinché la società civile rifletta sul modello di scuola che si sta portando avanti e perché poi la politica riveda, se lo ritiene, questo modello che è modificabile e, perché no, abrogabile. Basta volerlo.

Tenendoci lontano da facile retorica e inesattezze di cronaca, sia chiaro una volta per tutte che la morte di Lorenzo Parelli non c’entra niente con l’alternanza scuola-lavoro. Così come, però, l’alternanza scuola-lavoro non c’entra niente con la scuola. La prima affermazione deriva da un dato di fatto: la famiglia, in cerca di verità e discrezione, e tutte le autorità si sono affrettate a ricordare che Lorenzo frequentava una scuola professionale e che l’esperienza in azienda fosse parte integrante del processo di apprendimento nel suo percorso. La cosa non sfuma i contorni della tragedia, che sarà oggetto di puntuali indagini e per lungo tempo troverà ancora spazio nella cronaca nera.

Allo stesso modo questa realtà dei fatti non giustifica e non chiude alcuna discussione in merito alla seconda affermazione, perché se l’incidente è stato occasione per dibattere nei corridoi delle scuole, in piazza con striscioni e tafferugli e anche sulle prime pagine dei giornali sull’alternanza scuola-lavoro, allora significa che questa attività, dopo più di cinque anni di rodaggio, deve essere oggetto di riflessione pubblica.

E chi allontana la riflessione accampando ragioni di ogni sorta dovrebbe chiarire come mai possa sempre essere sotto osservazione l’insegnamento del latino o della storia dell’arte e mai quello dell’educazione civica così come è stato forzatamente inserito, esattamente come accade che siano sempre sotto accusa i metodi tradizionali come la lezione frontale e mai i nuovi modi di insegnare proposti come panacea di tutti i mali, come la flipped classroom e la Dad che, a detta del ministro Patrizio Bianchi, «è quasi una bestemmia in questo Paese […] ma in realtà serve ad aprire».

La scuola ha imboccato da quasi trent’anni la via della rincorsa alla novità e all’aggiornamento metodologico prima che culturale e ora proprio da queste dinamiche superficiali e propagandistiche deve scartare con energia per ritrovarsi. Il modello dell’accettazione del nuovo tout court propone un’idea di progresso primitiva e abbagliante: se il ministro Bianchi pochi giorni fa ha dichiarato che «la scuola non può inseguire il tempo ma deve anticipare il tempo», è bene ricordarci che non ci sono gare che coinvolgono la scuola, e che vocaboli – e concetti – come «inseguire» e «anticipare» presuppongono fretta e competizione, tutto un vocabolario che dovrebbe essere alieno al mondo della scuola, sostituito da cura e complessità, per dirne un paio da cui ripartire.

L’alternanza scuola-lavoro, ora già modificata e ribattezzata con l’acronimo PCTO, quindi si pone al centro della discussione non perché responsabile di una tragedia, ma perché elemento principale di un modo di pensare la scuola che fa acqua da ogni parte e che sarebbe finalmente ora di indagare. Il progetto dell’alternanza c’è dai tempi della Buona Scuola del governo Renzi (2015) ed era un perno di questa nuova scuola orientata al mondo del lavoro, promettendo agli studenti di essere la classe dirigente del futuro.

Tutto ciò grazie a un’organizzazione affidata totalmente al singolo istituto scolastico – con le insormontabili fatiche del caso - che si riduceva per lo più a mostrare agli studenti qualche presentazione in Power Point, qualche cartelletta brandizzata, qualche evento in sala riunioni a parlare di business plan richiedendo un dress code per presentarsi al mattino in ufficio per qualche settimana.

Tutto qui, e a costo zero. Ecco, è tempo di bilanci. E i bilanci sono in rosso. Perché il lavoro è ben altro rispetto a questa mini esperienza in bassa risoluzione della realtà lavorativa che spesso, anche a fronte di notevole impegno da parte della scuola o dell’azienda in questione, non trasmette passione né un’idea costruttiva di ciò che è e che dovrebbe essere. Perché il coinvolgimento dei ragazzi degli istituti professionali e tecnici esisteva già e la crisi di questi ambienti formativi negli ultimi anni si è ingigantita, anziché ridimensionarsi. Sono sempre meno gli studenti che scelgono studi professionali e tecnici per passione e sempre di più coloro che si ritrovano a frequentare questi indirizzi come ripiego.

Per i liceali l’alternanza scuola-lavoro è stata ancora peggiore, perché saggiare il mondo dell’impresa non serve a nulla se dopo il liceo c’è – e ci mancherebbe che non fosse così! - l’università e non certo il lavoro a tempo pieno. Perché generazioni di lavoratori si sono battute affinché ci fosse il diritto allo studio senza dovere essere costretti ad alternarlo con il lavoro (come il padre di chi scrive, ad esempio, uno dei tanti lavoratori diurni e studenti serali per necessità) e ora provare a inserire la cultura del lavoro, cosa nobile, scambiandola per un’occhiata tra corridoi aziendali e capannoni industriali sminuisce il mondo del lavoro e la dignità della scuola.

La cultura del lavoro in età scolare si plasma insistendo sull’impegno quotidiano nel vivere la propria classe come uno spaccato delle società in cui dare il proprio contributo nel migliore dei modi, svolgendo con serietà e costanza il proprio essere studenti, senza fingere di essere piccoli investitori e avvocati per un giorno. E se all’estero questi modelli talvolta funzionano, è perché hanno alle spalle investimenti massicci e non fiumi di parole di plastica.

I ragazzi lo hanno gridato ieri, con tutti i limiti di una protesta emotiva e adolescenziale. Sta ad altri accoglierla e ridisegnare con coraggio e lungimiranza una scuola desiderabile non perché va di corsa, promette e abbaglia. Ma perché impegna e trasmette bellezza, passione, cultura, sapere e saper fare.

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