Riso: il piatto piange
Persino il sushi è fatto con il riso italiano ed è molto apprezzato dagli chef giapponesi. Il nostro Paese copre il 50 per cento della produzione europea con una gamma di varietà unica e fra le migliori a livello internazionale. Ma questo settore agroindustriale, uno dei più prosperi della nostra economia, è in affanno, colpito dalla raffica di rincari post pandemia e inaspriti dal conflitto ucraino. Energia, imballaggi e logistica sono diventate voci di spesa insostenibili che hanno fatto esplodere i costi di produzione, mettendo sotto stress i conti di tutta la filiera. Ne sono derivate anche frizioni tra agricoltori e industriali, preoccupati entrambi della riduzione dei margini di guadagno. Infine, ma non ultimo per importanza, c’è il problema della siccità. Il riso vive nell’acqua, non può farne a meno, ma ormai sono mesi che non piove in modo consistente e si prospetta un’estate torrida.
Il risultato di questo mix di fattori, è il taglio delle semine proprio mentre la domanda sale. Negli ultimi 10 anni il consumo di riso è cresciuto del 25 per cento in Italia e del 10 in Europa. La Coldiretti ha stimato un calo dei terreni coltivati pari a 10 mila ettari. Quest’anno passeranno da 227 mila ettari a 217 mila ettari, in un Paese come l’Italia in cui si raccolgono 1,5 milioni di tonnellate di risone all’anno.
Numerosi agricoltori in alcune aree di Piemonte e Lombardia hanno reagito alla carenza idrica seminando soia e mais. Di qui l’allarme lanciato dall’Airi, l’Associazione dell’industrie risiere (segmento da 1,5 miliardi di fatturato all’anno), sul rischio di scaffali vuoti in poche settimane. «Lo dico senza drammatizzazioni ma con i numeri» afferma il direttore Roberto Carriere. «Per la nostra industria, l’energia ha avuto un incremento del 400 per cento nel periodo da ottobre 2020 a ottobre 2021. Ed è ulteriormente raddoppiata a causa delle tensioni in Ucraina. Per il metano, stesso arco di tempo, c’è stato un +500 per cento e negli ultimi mesi +150 per cento.
Infine, i costi del packaging sono schizzati del 40 per cento. Anche la materia prima è aumentata perché i risicoltori, a loro volta, hanno visto crescere i prezzi di produzione. I rincari hanno interessato tutte le varietà. Il riso originario, quello usato per il sushi, è passato in un anno da 350 a 770 euro alla tonnellata, il carnaroli ora costa il 60 per cento in più e l’arborio il 25 per cento». Che cosa accade, poi, sugli scaffali? «Una parte dei maggiori costi la assorbiamo ma è impossibile accollarci il raddoppio della materia prima. C’è stato un po’ di aumento nella grande distribuzione ma del tutto insufficiente a coprire i maggiori oneri» spiega Riccardo Preve, consigliere delegato di Riso Gallo, una tra le più antiche industrie risiere italiane. «Noi il riso lo abbiamo, ma sul mercato manca e non ci sarà per tutti». E sottolinea che le difficoltà cresceranno con la prossima campagna, quando si faranno sentire gli effetti della siccità di questi mesi.
Carriere stima un peggioramento della situazione a settembre. «La disponibilità residua di risone nazionale, rilevata dall’Ente nazionale risi, è la più bassa delle ultime dieci campagne. I consorzi irrigui hanno detto che ci sarà un ridimensionamento nella distribuzione di acqua». Secondo Dario Scotti, presidente e a.d. di Riso Scotti, l’escalation del prezzo del riso è influenzato anche dal grano, «Tutto il mondo cerealicolo ne risente». Non solo. «Se coltivare il riso diventa meno conveniente, l’agricoltore si rivolge ad altre colture che, in prospettiva, risultano più vantaggiose e tra queste c’è il grano». Sulle previsioni Scotti non si sbilancia. «Dobbiamo far quadrare i conti e presto la Grande distribuzione dovrà rassegnarsi ai rincari, altrimenti mancherà il prodotto».
Stefano Greppi, presidente della Coldiretti di Pavia, la terra del riso, dice che la situazione è da piangere. «I canali di irrigazione hanno il 50 per cento in meno di acqua. La carenza idrica è cominciata da aprile e se continua così le conseguenze saranno gravi. Per normalizzare la situazione, servirebbero precipitazioni abbondanti per almeno un paio di settimane anche in pianura». Come si esce dalla spirale dei prezzi? Qui si innesta l’altro tema del rapporto tra imprenditori e agricoltori. «Avevamo chiesto alla parte industriale un accordo per coprire i costi di produzione e avere margini di guadagno, ma è mancata la disponibilità. Non possono pensare di comprare il riso a prezzi ridicoli. Ora si lamentano che non hanno il prodotto. Probabilmente qualcuno conta di importare a costi inferiori ma la qualità non è la stessa».
Nella crisi di questo alimento ci si mette pure lo zampino dell’Europa. «C’è un braccio di ferro sui dazi, tra Parlamento, Commissione e Consiglio Ue» aggiunge Greppi. «ll Parlamento vuole applicare dazi automatici e rigidi mentre Commissione e Consiglio vorrebbero un regolamento flessibile, per poi fare verifiche in caso di violazioni di alcuni standard lavorativi, come lo sfruttamento della manodopera. Ma per un’istruttoria ci vogliono almeno un paio di anni».