Il grande gioco tra Pechino, Teheran e Mosca
Il 15 marzo scorso, ad appena tre settimane dall’invasione dell’Ucraina, il ministro degli esteri russo Sergey Lavrov accoglie a Mosca il suo omologo iraniano Hossein Amir-Abdollahian. I due sembrano capirsi al volo. L’ordine internazionale nato dalla fine della Guerra fredda è sotto choc. La Russia avanza con i tank verso Kiev e intanto deve fronteggiare sanzioni senza precedenti. Lavrov però sembra tranquillo, dichiara che Mosca ha ricevuto garanzie da Washington sulla sua capacità di commerciare con Teheran nonostante le sanzioni. L’incredibile sete di petrolio dell’economia mondiale, cui presto si aggiungerà quella di grano, sono l’asso nella manica delle due potenze nemiche degli Usa, che ora sono sempre più vicine.
Un asse cruciale quello Mosca-Teheran, soprattutto se all’equazione si aggiunge Pechino. Lo stesso Amir Abdollahian, un falco allineato alle posizioni intransigenti del neopresidente Ebrahim Raisi, è reduce da una visita in Cina, perché l’Iran guarda sempre più a Est. Il 14 gennaio ha incontrato il ministro degli affari esteri cinese Wang Yi. «Vogliamo celebrare il giorno d’inizio dell’attuazione dell’accordo globale tra i due Paesi» ha spiegato Abdollahian.
L’amministrazione Raisi ha più volte sottolineato l’importanza di una politica estera «Asia-centrica» che includa Pechino come fattore determinante. Sono gli equilibri che cambiano, e in fretta. Prima della pausa imposta dal Covid, già il 14 giugno 2019 il presidente cinese Xi Jinping aveva incontrato l’omologo Hassan Rohani a Bishkek, capitale del Kirghizistan. I due leader si erano stretti la mano, Rohani in abito tradizionale, Xi in completo all’occidentale. Quest’ultimo aveva sottolineato come durante il vertice di Qingdao dell’Organizzazione per la cooperazione di Shanghai «io e il signor presidente abbiamo avuto uno scambio di opinioni su questioni internazionali di interesse comune». Aggiungendo un dettaglio decisivo: «Le relazioni Iran-Cina sono strategiche e noi sosteniamo l’accordo sul nucleare».
Da parte sua Rohani aveva commentato che Teheran «si è impegnata a sviluppare relazioni a 360 gradi con la Cina ed è disposta a partecipare alla costruzione della Belt and Road Initiative», il mega progetto strategico della Repubblica popolare per il miglioramento dei collegamenti commerciali con i paesi dell’Eurasia. Una delle sfide più importanti post-guerra fredda all’ordine consolidato è dunque la crescita dell’influenza di queste tre potenze unite da un denominatore comune: l’opposizione all’Occidente. Teheran, Mosca e Pechino rigettano i valori liberali, considerano Stati Uniti ed Europa in declino economico, e vedono una chiara opportunità per rafforzare la propria egemonia. «C’è di sicuro un’alleanza anti-occidentale che ha subìto un’accelerazione con l’invasione russa dell’Ucraina» ha confermato Theodore Karasik analista di Gulf State Analytics. «Ma se i decisori di Teheran sono accorti» ha avvertito Ali Alfoneh, dell’Arab Gulf States Institute, «ne staranno fuori e cercheranno di ottenere concessioni sia dall’asse cinese-russo, sia dagli Stati Uniti».
D’altro canto va anche detto che le violazioni dei diritti umani e il finanziamento di «referenti» in tutto il Medio Oriente hanno lasciato Teheran quasi privi di alleati, quindi i religiosi al potere si sono rivolti sempre più alla Cina. Così i rapporti si intensificano, come nel caso della firma, nel marzo 2021, di un accordo di cooperazione «politica, strategica ed economica» della durata di 25 anni. Pechino investirà 400 miliardi di dollari in cambio di una fornitura scontata di petrolio. L’intesa include fino a 280 miliardi di dollari per lo sviluppo dei settori petrolifero, petrolchimico e del gas, e altri 120 miliardi di dollari per il potenziamento delle infrastrutture.
Si prevede che circa 5 mila uomini della sicurezza cinese custodiranno in Iran gli investimenti di Pechino, come riporta The News International, uno dei maggiori giornali in lingua inglese del Pakistan. Da più di un decennio le merci cinesi poco costose hanno invaso le vetrine dei negozi della Repubblica islamica. E la collaborazione va avanti pure in altri settori. Secondo un rapporto dell’agenzia Reuters, la società di telecomunicazioni cinese Zte ha venduto un «potente sistema di sorveglianza» all’agenzia di telecomunicazioni statale dell’Iran, violando le sanzioni internazionali (per questo ha ricevuto una multa di 1,2 miliardi di dollari, che include quella per la vendita a un altro paese sotto embargo: la Corea del Nord). Anche Tiandy, un’altra società tecnologica del Dragone legata alla repressione dell’etnia uigura, vende i suoi prodotti al governo e all’intelligence iraniani. Mentre la cinese Huawei fornirà a Teheran le reti 4G e 5G. Intanto altre alleanze russo-iraniane si consolidano nel Caucaso e in Armenia. E i Paesi sono fianco a fianco nei conflitti in Siria e Iraq, partner in Afghanistan e nell’Asia centrale post-sovietica. Inoltre hanno registrato un interscambio commerciale di oltre 4 miliardi di dollari nel 2021, in forte aumento rispetto agli anni precedenti.Teheran esporta verso Mosca latticini, frutta, noci, zafferano, plastica, ferro, acciaio. E anche il cibo «halal» (cioè consentito dal Corano), destinato a quel 15-20 per cento della popolazione russa che è di religione musulmana.
Ma sul nucleare l’intesa non è altrettanto granitica. «La Russia preferisce mantenere l’Iran isolato e dipendente dal Cremlino» fa notare Alfoneh. Dal punto di vista di Teheran, è ancora il protettore della Rivoluzione islamica, ma anche un concorrente in crescita. «Le relazioni russo-iraniane sono state “business as usual” dall’invasione russa dell’Ucraina» aggiunge Alex Vatanka, esperto del Middle East Institute. «E il leader supremo Ali Khamenei non sostituirà il ruolo russo in Europa perché non vuole rischiare di far arrabbiare Putin». Inoltre i Pasdaran percepiscono la Russia come un mezzo per bilanciare l’egemonia americana. In tutto ciò l’Iran gioca la sua partita nella guerra in Ucraina e l’ennesimo «non allineamento» del Paese avrà conseguenze ancora non definite su energia atomica, influenza nell’area e petrolio.
Esistono però delle criticità. «Tutte e tre le potenze sono sì accomunate dall’antagonismo ideologico con l’Occidente» riflette Francesco Sisci, ricercatore alla Renmin University of China. «Ma i cinesi, in un primo momento persuasi che Mosca avrebbe vinto la guerra con facilità, hanno cambiato direzione una volta compreso che non sarebbe andata così. E va ricordato che il commercio di Pechino con Stati Uniti e Unione Europea rappresenta circa l’80 per cento di quello totale. La Cina non può sostituire l’economia euro-atlantica con la Russia. Inoltre esistono altre frizioni: i depositi di grano bombardati di recente dai russi a Odessa erano di proprietà della Cofco, il gigante dell’agroalimentare statale cinese... Le alleanze sono comunque variabili, a seconda delle convenienze».