Il poker di Biden tra Golfo e India
Sarà a metà del prossimo mese, dopo un ping-pong a dire poco estenuante di mezze conferme e timide smentite. Il viaggio si preannuncia piuttosto articolato, e prevede anche un summit virtuale con gli altri dirigenti del cosiddetto gruppo I2-U2, ossia Israele, India ed Emirati arabi oltre agli Stati Uniti. Una importante parte dell’agenda di incontri sarà assorbita, per esempio, da delicati aspetti di tipo militare. È trapelata in particolare l’ipotesi di inglobare sauditi ed emiratini nell’ombrello anti-missile americano. Questi scenari formano oggetto di discussioni intense con i partner israeliani, tra i più esperti in quell’area quando si tratta di sgombrare i cieli da missili iraniani.
Il ruolo di Gerusalemme, inoltre, è enfatizzato dalla tappa che Biden farà proprio in Israele prima di procedere alla volta del Golfo. Biden vedrà i vertici politici e il «deep state» locale. C’è da scommettere che, se il bilaterale Usa-Israele sarà un successo, parte del merito andrà al lavoro preparatorio (particolarmente intenso negli ultimi tempi) di Mario Draghi, del premier greco Kyriakos Mitsotakis e del presidente turco Recep Tayyip Erdogan, fatto di telefonate, incontri e contatti con Israele, ma anche di viaggi oltreoceano. Il convitato di pietra sarà, manco a dirlo, l’Iran. Sia gli israeliani sia i sauditi e gli emiratini finora avevano guardato in tralice il presidente Usa, sospettato di voler rimettere in campo le politiche di distensione con Teheran che avevano contraddistinto la lunga stagione di Barack Obama alla Casa Bianca.
A questo sospetto si era aggiunta la freddezza verso il principe Mohammad bin Salman da parte di Biden, poco incline a lasciar correre sul pugno di ferro reale contro gli oppositori sauditi. La scelta di serrare i ranghi con Israele, e di tendere una (grossa) mano ai partner del Golfo, segnala una svolta: Washington non vuole guastare i rapporti privilegiati con gli Emirati, che ormai tra alti e bassi procedono da mezzo secolo. A maggior ragione, l’ipotesi non è sul tavolo ora che i partner eurasiatici, tra cui proprio l’Iran, hanno deciso di schierarsi a fianco della Russia di Putin all’indomani dell’invasione dell’Ucraina. Interessante, poi, appare la scelta di inserire un summit con l’India nella cornice di questo viaggio. Washington ha preso nota (con dispiacere) della decisione indiana di non aderire alle sanzioni occidentali contro Mosca, e il portavoce della Duma - il parlamento russo - pochi giorni fa ha lanciato l’idea di un G8 «alternativo» che vedrebbe appunto l’India, l’Iran e il Brasile tra i membri.
Si tratta con ogni evidenza di una provocazione, che tuttavia prende perfidamente le mosse dalla riluttanza di New Delhi di assecondare stabilmente il blocco occidentale. A ogni buon conto, gli Stati Uniti non danno affatto per compromesso il rapporto con il presidente Modi. Il suo Paese, infatti, è membro stabile della piattaforma indo-pacifica, e molto affiatato nell’opera di contenimento della Cina insieme ai propri partner (Usa, Australia e Giappone). C’è dell’altro: è sempre più fitta la trama di rapporti che lega Golfo, Emirati in testa, e New Delhi. Lo ha spiegato molto bene Michael Tanchum nel suo suggestivo studio India’s Arab-Mediterranean Corridor: A Paradigm Shift in Strategic Connectivity to Europe, che descrive il potenziale strategico del corridoio indo-arabo-mediterraneo. Al suo centro vi è la catena del valore manifatturiera nella produzione e lavorazione degli alimenti.
Gli emiratini usano l’India come «orto fuori porta», finanziando la creazione di infrastrutture dedicate nel subcontinente indiano e mettendo in campo i formidabili gestori di terminal DP World. A ciò si aggiunge la catena integrata degli idrocarburi attraverso investimenti multimiliardari nella produzione petrolchimica. Le tecnologie innovative, comprese quelle relative alla generazione, allo stoccaggio e all’uso dell’energia prodotta da fonti rinnovabili, sono i settori più promettenti per la collaborazione in un futuro corridoio arabo-mediterraneo. E l’Italia ha le carte in regola per integrarsi al meglio sia nella filiera alimentare sia in quella petrolchimica. Sul piano storico, inoltre, si tratterebbe di un ritorno agli schemi che governarono i traffici delle spezie tra la Serenissima e l’Oriente fino al 1498, più precisamente, quando ci fu la scoperta della «Carreira da India» - la Rotta per il Subcontinente del portoghese Vasco da Gama. Non resta che chiedersi quanti, nella ristretta cerchia che ragiona sulla nostra diplomazia energetica, accetteranno questa alternativa strategica.
Francesco Galietti è esperto di scenari strategici, fondatore di Policy Sonar