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Putin-Erdogan: nemici in guerra, amici in affari

Al 232esimo giorno della guerra, qualcosa si muove. E lo fa sia sul fronte diplomatico sia sul fronte orientale, dove la regione di Kherson registra una nuova avanzata degli ucraini e vede i russi circondati in direzione del Dnipro, da cui l’ormai ricorrente ritirata dell’esercito di Mosca.

Quanto al fronte diplomatico c’è un fatto di rilievo, perché oggi ad Astana, in Kazakhstan, i presidenti turco e russo Recep Tayyip Erdogan e Vladimir Putin si sono incontrati per un bilaterale ritenuto in qualche modo cruciale per le sorti del conflitto.

Per la verità, questa frase l’abbiamo già scritta e letta più volte, mentre la pace non si è mai inverata e si è anzi allontanata ogni giorno di più. Tuttavia, come ha notato l’analista politico tedesco Daniel Gros, «se Putin ha un soprassalto di umanità, ecco che Erdogan potrebbe qualificarsi come tramite».

Già, perché il punto è che solo Erdogan sembra ancora in grado di negoziare quantomeno un cessate il fuoco con il collega russo, sempre più isolato nelle vesti di un malinconico satrapo. Nessun altro intende più parlare con il capo della Russia: non certo il presidente ucraino Zelensky, che ha ormai archiviato qualsiasi trattativa o incontro diretto con Putin. E nemmeno il più possibilista Biden, interessato quasi esclusivamente allo scambio di prigionieri, ma non a un dialogo franco sul nuovo «mondo multipolare», come Putin lo ha definito al vertice della finanza asiatica di Astana: la cosiddetta Conferenza sulle misure di interazione e rafforzamento della fiducia in Asia (Cica).

Qui, attovagliati come si conviene, accanto ai due leader russo e turco sedevano una dozzina di altri capi di Stato: Azerbaijan, Iran, Iraq, Kazakhstan, Kirghizistan, Pakistan, Qatar, Tagikistan, Uzbekistan e Autorità palestinese, oltre al presidente della Bielorussia e ai vicepresidenti di Vietnam e Cina. Un conciliabolo che è sembrato preparatorio per una stagione nuova, dove le strategie economico-finanziare sono soprattutto una reazione alla situazione imprevista andata determinandosi in seguito alla guerra putiniana.

E anche per questo non sono stati fatti sconti al leader russo: «Stiamo tutti subendo le conseguenze della crisi in Ucraina su scala regionale e globale» ha voluto sottolineare lo stesso Erdogan, aprendo poi a una «pace giusta» che «può essere raggiunta attraverso la diplomazia. Non c’è vincitore in guerra e non c’è perdente in una pace giusta».

Un passaggio, quest’ultimo, molto sottile e raffinato nel suo intento consolatorio nei confronti di chi teme (a buon diritto) di uscire sconfitto dal teatro di guerra ucraino. Quel «non c’è perdente in una pace giusta» rivolto al presidente Putin significa quindi «accetta il ramoscello d’ulivo dell’Occidente e faremo in modo di non umiliarti».

Le condizioni per la pace

E quel ramoscello sono le condizioni già chiarite dagli americani per convincere Kiev a interrompere le ostilità: riconoscimento formale della Crimea come territorio russo; Ucraina neutrale e fuori dalla Nato; nuovi referendum in Ucraina orientale. Perché non accettare questo generoso sforzo diplomatico, peraltro imbeccato dagli stessi russi attraverso il ministro degli Esteri Lavrov? L’unica ragione risiede probabilmente nella pervicace convinzione di Putin – e forse dei falchi del Cremlino - che è ancora possibile vincere la guerra.

Lo avrebbe confessato il presidente stesso in una telefonata nientemeno che con Elon Musk, il potente ad di Tesla e Space X, poi però smentita dallo stesso interessato. Secondo Ian Bremmer di Eurasia, tuttavia, quel colloquio c’è stato eccome. Musk gli avrebbe riferito che Putin intende raggiungere gli obiettivi di guerra «in ogni caso: con un piano di pace o, in caso contrario, con una escalation».

Ed è proprio qui che il ruolo di Erdogan si fa cruciale. Se non altro per consentire al leader russo di fare un bagno di realtà: la sua mediazione è già stata decisiva per l’accordo sull’esportazione del grano ucraino attraverso il Mar Nero e per lo scambio di prigionieri dello scorso settembre. E non c’è due… Inoltre, quando Erdogan ha presentato a Putin la proposta di pace, gli ha anche riferito che essa prevede la presenza al tavolo dei negoziati di Stati Uniti, Regno Unito, Francia e Germania. Dunque, una nobilitazione e una sorta di riabilitazione per chi è stato definito come un «macellaio», copyright di Joe Biden.

Putin promuove Turchia come hub del gas verso Ue

L’occasione è golosa per lo stesso leader di Ankara. Anche perché nessuno come lui ha tutto da guadagnare da un successo diplomatico. E, infatti, Erdogan qualcosa ha già ottenuto: il presidente russo ad Astana ha suggerito che la Turchia potrebbe essere utilizzata come hub per fornire gas russo all'Europa, specie dopo che il gasdotto Nord Stream è stato compromesso da un atto di sabotaggio. La rotta russa attraverso la penisola turca si sta rivelando il modo più affidabile per portare il gas all’Unione Europea, e i volumi persi dal Nord Stream potrebbero essere dirottati vero il Mar Nero. Il che renderebbe la Turchia ancora più strategica, potendosi configurare come il più grande centro di smistamento di gas verso l’Europa.

Insomma, i «nemici» si parlano perché a entrambi conviene, considerato anche che le rispettive economie sono in caduta libera e che il presidente Erdogan si appresta al più difficile degli appuntamenti elettorali il prossimo anno. Il 2023, infatti, è un anno chiave per la Turchia: ricorre infatti il centenario della nascita della Repubblica, ma anche il decennale delle manifestazioni di Piazza Taksim a Istanbul, che fecero tribolare il governo dell’allora premier Erdogan. E chissà che l’aggravarsi delle condizioni economiche nazionali non spingano di nuovo i giovani in piazza, come già stanno facendo i loro coetanei in Iran, e tanti altri alle urne il prossimo 18 giugno per defenestrare il presidente.

Vale qui la pena una breve digressione, per ricordare comunque che l’odio tra Russia e Turchia è maggiore di quanto si pensi, e che non può neanche essere paragonato a quello che provano gli ucraini oggi nei confronti di Mosca. Le radici affondano, infatti, nelle furiose guerre imperiali russo-ottomane che furono combattute senza sosta dal sedicesimo al ventesimo secolo, e che hanno rappresentato una delle più lunghe serie di conflitti armati della storia europea.

La Crimea, per dire, fu contesa per secoli e lo scontro tra imperi centrali e la Russia sovietica sancì peraltro la nascita dell’indipendenza ucraina, proclamata nel gennaio del 1918, anche se meno di un mese dopo Kiev si ritrovò invasa dall’Armata Rossa (per dire dei corsi e ricorsi storici). Fu poi il trattato di pace di Brest Litovsk lo stesso anno a smorzare temporaneamente le ambizioni russe e fare dell’Ucraina uno Stato embrionale.

Dunque, senza stare a citare anche i casi recentissimi di Siria, Libia e Armenia - dove i due Paesi combattono indirettamente l’uno contro l’altro - per Ankara e Mosca tutto è sempre ed esclusivamente questione di calcolato opportunismo. Ma un interesse convergente oggi potrebbe garantire una pace limitata (o finanche duratura) domani.

La finestra per lasciare entrare le colombe è aperta, anche se presto si richiuderà di nuovo. Più o meno dopo il G20 di metà novembre in programma a Bali, Indonesia. E dunque urgono risposte e segnali tangibili di una de-escalation entro quella data. Che, al momento, tuttavia, non si vedono in alcun modo. E certo non giovano le nuove salve di missili lanciate dalle forze di Mosca sui quartieri residenziali di Kiev, proprio mentre i leader russo e turco si stringevano la mano.

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