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La vicenda del voto in condotta racconta l'emergenza educativa della scuola italiana

La vicenda della professoressa in servizio presso l’Istituto Viola Marchesini di Rovigo ha lasciato il segno. Troppo lo sdegno ed il clamore per un atto violento come quello che aveva visto vittima Maria Cristina Finatti, sessantuno anni, docente di scienza della terra letteralmente “impallinata”, lo scorso ottobre, da alcuni suoi alunni con una pistola ad aria compressa, spintisi sino a filmare la vile aggressione e di trasferirla nei meandri della Rete.

La vicenda è tornata alle cronache soltanto qualche giorno addietro, dopo la promozione del gruppo di “bulli” che si erano anche meritati un bel nove in condotta: e così, tra le proteste generali per quel voto che sapeva di beffa per la docente, il Consiglio di classe, dopo il duro intervento del ministro dell'Istruzione Giuseppe Valditara, ha rideterminato i voti in condotta degli studenti, abbassandoli a un 7 e a tre 6. Nello specifico, lo studente che aveva ottenuto 9 in condotta si è visto attribuire un 7, mentre agli altri che avevano avuto 8 in condotta, il Consiglio di classe ha attribuito 6. Dicevamo della dura presa di posizione del Ministro Valditara: “Visti gli esiti della relazione degli ispettori e considerata la non corretta applicazione del Dpr 122/2009 e del regolamento di Istituto, ho avvertito l'esigenza di invitare la dirigente scolastica a riconvocare il consiglio di classe, al fine di riconsiderare in autotutela le decisioni prese”.

Panorama.it, ha chiesto a Francesco Magni, pedagogista all’Università di Bergamo e coordinatore della Rivista Nuova Secondaria un commento sul più ampio tema del disagio scolastico.

Professor Magni, la scuola come specchio di una società in crisi…

«Le recenti vicende di cronaca relative ad episodi di bullismo e voto in condotta ci segnalano l’emergenza educativa nella quale la nostra società è immersa a tutti i livelli: bene, quindi, provare a tutelare il rispetto degli insegnanti e la loro dignità, anche difendendoli da quelle che ormai sono delle vere e proprie aggressioni fisiche, sempre più frequenti. Altro discorso è poi quello di provare a restituire a questa professione così decisiva per il presente e il futuro del Paese anche un certo prestigio sociale, magari introducendo una possibilità di differenziazione della carriera docente».

Le prospettive di analisi sono molteplici.

«Questi casi rappresentano la punta di un iceberg di un disagio più profondo e diffuso, che va affrontato -a mio avviso- non tanto o non solo da una prospettiva sanzionatoria - pur necessaria e doverosa di fronte a situazioni di tale gravità come quelle che purtroppo si sono recentemente verificate - quanto piuttosto da una prospettiva educativa».

Lei avrebbe una ricetta?

«Di fronte a questo malessere, occorre agire a livello di singola istituzione scolastica, rilanciando la relazione educativa docente-studenti secondo percorsi di apprendimento/insegnamento maggiormente flessibili e dinamici, seguendo quella prospettiva della personalizzazione tanto spesso enunciata in pubblico quanto poi bistrattata nella concreta pratica del sistema di istruzione».

Cosa non funziona nel mondo della scuola?

«Troppo spesso le classi, gli orari, le discipline (che rimangono tra loro separate e autoreferenziali), invece che essere mezzo per la maturazione dello studente rischiano di rimanere fini a sé stesse. Invece, superando alcuni rigidi schemi del secolo scorso, si potrebbe intraprendere un accompagnamento di tipo pedagogico in grado di ristabilire anche quella fiducia, stima e rispetto tra maestro e allievi che talvolta sembra persa e soffocata anche a causa di un contesto che fa della burocrazia e delle strutture la propria ragion d’essere».

Lei propone, insomma, una riforma radicale del rapporto docenti-studenti!

«Se lo studente si trova in una relazione educativa ricca di stima e riconoscenza nei confronti di un adulto, non si mette certo a sparare addosso pallini di gomma. Per questo è opportuno mettere in discussione con coraggio i paradigmi pedagogici-didattici-organizzativi sui quali finora si è retta la scuola secondaria del nostro Paese».

Vecchie relazioni, blocchi generazionali, rigidi schemi ormai obsoleti…

«La conseguenza paradossale di un tale “blocco” del sistema è quella che in un periodo storico dove il termine inclusione - parola mainstream - di tutti e a qualunque costo, alla fine rischia di generare esclusione, disparità di opportunità formative, dispersione scolastica (tra quella esplicita ed implicita in alcune regioni raggiunge percentuali che dovrebbero tutti allarmarci). Insomma, come ha sostenuto il pedagogista Giuseppe Bertagna in un recente libro (Per una scuola dell’inclusione, Studium 2022) non è lo studente che deve adattarsi alla scuola, ma il contrario».

Intanto il Ministero sembra aver imboccato una diversa strada.

«In questa direzione sembrano dischiudere potenzialità pedagogiche formative le linee guida sull’orientamento emanate dal ministero lo scorso dicembre e l’introduzione del docente tutor, che dovrebbe farsi carico anche di queste dimensioni squisitamente educative».

La cura sembra essere stata trovata…

«Magari, anche perché si palesa all’orizzonte il rischio della “medicalizzazione” della scuola: di fronte ad ogni disagio si risponde con un intervento di carattere psicologico o farmacologico (come già avviene negli Stati Uniti tra pillole antidepressive e simili). Non occorre “medicalizzare” ogni situazione, ogni problema o difficoltà che si manifesta. Bisogna distinguere e non confondere ciò che può e deve essere affrontato innanzitutto a livello educativo e formativo da quelle situazioni dove emergono invece patologie specifiche che necessitano di interventi di altro tipo».

*

Francesco Magni (Monza, 1987) è docente di Pedagogia Generale e Sociale dell’Università degli Studi di Bergamo: membro della giunta del CQIIA (Centro per la Qualità dell’Insegnamento, dell’Innovazione didattica e dell’Apprendimento) del medesimo ateneo, è coordinatore della redazione della rivista Nuova Secondaria e co-direttore della rivista Dirigenti Scuola. Nel 2019 è stato visiting researcher presso l’Institute for Education Policy, School of Education della Johns Hopkins University (USA).

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