C’è Angela Fontana (1997) che parla a nome della gemella Marianna, e dice così: «Il cinema è già la nostra vita». Poi Benedetta Porcaroli (1998), con quegli occhi interrogativi che sembrano pronti al peggio: «Verso i sentimenti umani nutro una devozione». Con le dita appena tremanti Irene Vetere (1999) mostra il blocco su cui disegna esseri umani dalla sessualità indefinibile, donne barbute, uomini efebici. Studia architettura, suona il piano, frequenta a Roma la Casa Internazionale delle Donne, e dice: «In futuro voglio impegnarmi in favore dei diritti civili e Lgbt».
E quindi Alice Pagani (1998), con la frangetta da Uma Thurman stile “Pulp Fiction” che porta sin da bambina, e quella voglia di «combinare marachelle» che esprime in modo sensuale e infantile. I suoi riferimenti culturali sono donne dark, «ma delicate, che sanno essere noir e cattive come fosse uno scherzetto». A 16 anni viveva già da sola a Milano, in cerca di qualcosa che ancora non aveva nome. Invece di andare a scuola (non s’è mai diplomata) faceva lavori da modella e lavava i piatti in un ristorante per pagarsi i corsi serali di pittura e disegno dal vero: «È stata l’intuizione di mia madre: lasciarmi andare, permettermi di sbagliare tanto».
La nuova onda di attrici italiane, che Vogue Italia ha raccolto su un set a Milano, in una giornata di dicembre, è fatta di giovani donne consapevolmente complesse. Da tempo non si vedeva una generazione così densa di talenti. Questa volta non cooptate dalla tv o dai concorsi di bellezza, bensì arrivate “dal nulla”, o meglio ancora da un luogo profondo della propria geografia esistenziale: la percezione esatta di se stesse. •
Estratto da “Vogue Italia” di febbraio 2019, di Raffaele Panizza, foto di Jonathan Frantini